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Un’imitazione di Travaglio
Travaglio deve aver fatto scuola tra i giornalisti. Parlare di mafia, potere e mosse oscure e/o palesi gasa molto! Ti fa sentire un po’ da premio pulitzer.
Peccato che Travaglio nelle sue ipotesi qualche prova ce la metta e non inventi collegamenti basati sul nulla, oppure su bufale conclamate.
Il Corriere Della Sera, invece, decide sulla base di 4 foto che ritraggono Di Pietro assieme a Contrada in una mensa dei carabinieri che:
1) Di Pietro era d’accordo con gli americani per far cadere Craxi per via della storia di Sigonella (sulla quale di recente si è rivalutata la cosa, nessuno accennò alla concessione agli americani di una base siciliana per attacchi militari).
2) Di Pietro era in comunella con Contrada per favorire la mafia, in particolare Riina.
3) Hanno parlato nella cena di ciò che succedeva in quei giorni in Italia, dall’avviso di garanzia di Craxi a tante altre cose tra cui l’imminente arresto di Contrada (che avverrà 9 giorni dopo).
Insomma in un solo colpo accusano Di Pietro di aver complottato contro lo stato in due modi diversi con l’ausilio degli americani e con l’ausilio della mafia.
Per sostenere questo tirano per i capelli ogni piccola coincidenza (il giorno prima l’avviso di garanzia di Craxi, ed altro) dimenticandosi di far presente che Di Pietro (se era tanto amico di Contrada) poteva anche avvisarlo che stavano per arrestarlo. O no? Se, secondo il corriere, sapeva solo per aver collaborato le inchieste di mafia della perquisizione del covo di Riina, come poteva non sapere dell’arresto di Contrada?
Inoltre non sapevo che 4 foto potessero parlare! In pratica il corriere in base a delle immagini riesce addirittura a stabilire di cosa parlarono con certezza!
Prove, meno di zero. Ovviamente, loro tentano di fare il confronto con gli incontri che hanno avuto Dell’Utri ed altri mafiosi dimenticandosi, anche qui, che Dell’Utri intervenne ai matrimoni, incontrò mafiosi in Inghilterra, non in giro per il paese o una riunione di siciliani DOC. Inoltre Di Pietro era in una caserma di carabinieri, non di mafiosi!
Insomma, io non sto dicendo che Di Pietro è pulito per forza, dico solo che se queste sono prove è l’ennesimo tentativo di delegittimare la magistratura italiana facendo sembrare che valutano gli incontri di Di Pietro come cose innocenti e quelli dei parlamentari del PDL come incontri mafiosi. Non è così, perché credo ci sia differenza tra l’incontrare, in compagnia di altri, una persona che all’epoca era incensurato nonché funzionario dello stato e dei familiari di boss mafiosi.
Pentiti figliolo
Settimana scorsa si è parlato fino allo spasimo delle parole del pentito Spatuzza contro Dell’Utri e Berlusconi. Questa settimana, ma già da fin da ieri, si parlerà delle mancate conferme di Filippo Graviano contro i due di sopra. Detta così potrebbe sembrare esattamente come dicono Berlusconi e Dell’Utri, e cioè che la magistratura li attacca con presunti pentiti ma che alla fine sono le solite toghe politicizzate, le quali stanno mettendo in pratica quella congiura politica che i due indagati ribadiscono da anni, quel tanto annunciato complotto che il presidente del Consiglio grida ovunque si trovi un giorno sì e l’altro pure. Ma non è così.
Per non dare adito a dubbi chiarisco subito da dove partono le mie considerazioni. Gaspare Spatuzza è un pluriomicida mafioso: ha ucciso così tante persone che se esistesse veramente un paradiso e un inferno, probabilmente starebbe all’inferno in cella di punizione; si dice che sia stato lui a sciogliere nell’acido quel bambino colpevole solo di avere altri mafiosi come parenti; si racconta che sia stato lui ad uccidere don Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso perché parlava contro la mafia ai ragazzi del rione palermitano; si è autoaccusato di aver rubato la 126 usata per l’omicidio di Borsellino. Insomma non è uno stinco di santo, però è un pentito, e i pentiti in Italia vengono presi in seria considerazione. Possiamo stare giorni a discutere quanto e quando sono utili i pentiti e se lo fanno solo per avere uno sgravio della pena o perché si pentono seriamente. Possiamo stare giorni a discuterne, però non abbiamo giorni a disposizione ma minuti.
I pentiti di mafia hanno risolto tante di quelle indagini che se non ci fossero stati, molto probabilmente, oggi la lotta alla mafia la faremmo quartiere per quartiere perché non sapremmo se esiste una “cupola” con una gerarchia ben definita, oppure se esistono tanti piccoli clan dove ognuno si coltiva il proprio orticello. È merito del primo grande pentito, Tommaso Buscetta, che oggi sappiamo come era organizzata Cosa nostra nell’ultimo mezzo secolo; è merito di Buscetta se Riina è stato arrestato e Provenzano ha fatto la stessa fine; è merito di Buscetta se sappiamo come la politica faceva (e fa) affari con la mafia, come alcuni politici di primo piano siano in realtà dei mafiosi col colletto bianco e come sempre più politici corrotti vengono arrestati per merito dei pentiti. Quindi i pentiti sono un prodotto che va salvaguardato, curato e stimolato ad andare avanti. Naturalmente nessun mafioso diventa pentito a prescindere, ci vogliono le prove suffragate dai fatti e certezze sulle affermazioni che fanno. È sempre stato fatto così e la Magistratura continuerà a far così.
Spatuzza è un pentito comprovato dai fatti il quale ha portato alla luce omicidi commessi in prima persona, ed ha fatto chiarezza su molti omicidi commessi dalla mafia. Settimana scorsa ha fatto i nomi di Dell’Utri e Berlusconi riportando le parole dei fratelli Graviano, a quei tempi suoi datore di lavoro. Non ha detto che li ha visti e quindi non è testimone oculare dei fatti, ha solo detto cosa gli è stato riferito. La domanda è la solita: sarà credibile? La credibilità di Spatuzza in teoria non è contestabile, è casomai il suo sentito dire che ha bisogno di essere provato. Venerdì è stato sentito Filippo Graviano, boss di Brancaccio e capo di Spatuzza, diretto responsabile delle parole del pentito: «Non conosco il senatore Dell’Utri» la sua risposta. Potremmo facilmente dedurre che Spatuzza mente, esiste però anche una seconda ipotesi.
Apro una parentesi: Graviano non è un pentito, è solo un ergastolano a cui viene concessa la possibilità di parlare in un processo in cui non è parte accusata ma solo testimone chiamato da altri.
È stato chiesto all’altro fratello, Giuseppe, cosa sapeva della storia raccontata da Spatuzza, ma non si è presentato in tribunale perché stava talmente male da «non consentirgli di sopportare un interrogatorio», ma ha prontamente chiarito e ribadito più volte che la colpa è del 41bis e del carcere duro, e quindi ogni possibile occasione di interrogatorio è da ritenersi plausibile solo nel caso di “condizioni migliori”. Ovvero: se volete che parli dovete trattare e togliermi il carcere duro, dopo forse, e se voglio, possiamo iniziare un contatto e vedere se esistono i presupposti per un pentimento. La decisione spetta solamente a Giuseppe Graviano, la Magistratura può velocizzare le cose e sospendere il carcere duro, ma l’ultima parola spetterà solo all’ex capo di Cosa Nostra. È ignobile tutto questo, ma la Magistratura ha fatto sempre così quando un mafioso voleva collaborare, quindi adesso dipende da cosa si aspettano da Graviano.
Poco prima dell’interrogatorio ai fratelli Graviano, mi sono posto una domanda che ritenevo corretta: se è vero che durante i processi di mafia si chiede di confermare certe affermazioni solo dai pentiti perché solo loro vengono ritenuti credibili, vorrei capire sotto quale aspetto e per quale diverso motivo si è chiesto a due mafiosi non pentiti di confermare le parole di un collaboratore di giustizia il quale indica oltretutto loro come accusati. La Magistratura non prende mai in considerazione la collaborazione di condannati che non si sono pentiti perché negherebbero, non comprendo come mai adesso è stato fatto questo passo. Bruciare così un testimone senza avere approntato un piano di contromosse degne del grado di giudizio (siamo all’appello) è dilettantistico, la cosa che mi preoccupa è se davvero sia stato il fiato sul collo dei media ad influire, ma se così fosse – e non lo credo – ritengo che l’accusa nel processo Dell’Utri si trovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Con gran piacere di Berlusconi chiaramente.
Analogie
Vedo una certa analogia tra i processi per mafia ad Andreotti di quindici anni fa, e le accuse di Gaspare Spatuzza nei confronti di Berlusconi l’altro giorno a Torino. L’analogia è solamente teorica naturalmente, però mi richiama alla mente quel periodo di prima repubblica quando il Divo era capo indiscusso della politica italiana.
Mi ritornano in mente le stragi di Totò u curtu nella Palermo degli anni ‘80, quando il politico di riferimento in Sicilia era Salvo Lima, assassinato anche lui perché il boss a Roma stava accantonando Riina dalla vita economica e politica nazionale. È stato il periodo più buio per il nostro Paese quello a cavallo tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90: sotto attacco dalla mafia che sperava di ritornare al potere con le stragi, sotto attacco il Parlamento da una magistratura che tentava di portare alla luce gli inciuci tra corruzione e poteri politici. La storia spesso è ricorsiva.
Spatuzza l’altro giorno diceva che con «quello di Canale 5 abbiamo chiuso tutto e ottenuto quello che volevamo grazie alla serietà delle persone che ci hanno messo il Paese nelle mani»: parole molto simili a quelle usate dai pentiti anni fa contro Andreotti. Ma se per Andreotti c’è voluta una legge del governo (Berlusconi, ndr) per far cadere in prescrizione gli ultimi processi, per il premier non sembra così facile data l’ostilità nei suoi confronti anche dalle frange interne alla sua coalizione di Governo.
Le accuse dell’ex uomo d’onore sono tutte da accertare e da provare, ma se per Andreotti ci sono voluti dieci anni perché si chiarissero gli intrecci tra mafia e politica, per l’attuale capo del Governo sembra prendere una piega ben diversa rispetto agli anni scorsi. Ormai Berlusconi è attaccato da più parti – leggi ad personam, mafia, corruzione – e pare sempre più prossima la sua dipartita dalla vita politica italiana, nello stesso tempo però questi attacchi sembrano fortificarlo perché ci sono i media di sua proprietà a fare campagna denigratoria contro i cosiddetti “comunisti”, e si sa, il potere mediatico è forte in un Paese come il nostro, specie se in regime monopolista. Ma nessuno è capace di reggere sotto i riflettori vita natural durante, nemmeno il miglior capo del Governo degli ultimi 150 anni.
Update: è certamente un caso che i due boss Giovanni Nicchi e Gaetano Fidanzati siano stati arrestati proprio all’indomani delle accuse di Spatuzza. Lo stesso identico caso per cui la destra invoca ai magistrati comunisti ogni qual volta viene aggiunto Berlusconi al registro degli indagati dopo una manifestazione in piazza. Sono sempre analogie.
Irrilevante
“Al Giornale sostengono che la mafia vota centrosinistra. Dati i risultati del centrosinistra in Sicilia, è una notizia rassicurante sull’irrilevanza della mafia.”
Senza speranze
Si sta arrivando al punto che ogni cosa che riguarda Berlusconi sia un fatto, una prova inconfutabile e diventi sempre un elemento a carico della Magistratura per inchiodarlo. Spesso è vero ma molto più spesso non lo è. Ci si deve chiedere, oggi più che mai, perché il giornalismo cosiddetto “giustizialista” – quello di Travaglio e Padellaro ad esempio – dia per scontato che le congetture, nel momento in cui vengono portate alla stampa o sul web, diventino pura verità assoluta la quale nessuno può smentire, perché sembra siano loro gli unici garanti della verità.
È il caso di un post di Sandro Gilioli oggi sul suo blog (il grassetto è mio): “continuano a saltare fuori i pizzini passati da Provenzano al defunto sindaco mafioso Vito Ciancimino. Ieri ne è uscito uno del 2000 in cui Provenzano scriveva a Ciancimino: «Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione (…) hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo». E chi era quel senatore? Ovvio che nessuno può dirlo, ma tutti pensano a uno stretto collaboratore del premier già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. E poi da Palermo potrebbe uscire altro. Tipo? Il pentito Gaspare Spatuzza testimonierà presto al processo d’appello a Dell’Utri. Spatuzza ha già messo a verbale la dichiarazione secondo cui il suo boss, Graviano, nel ‘94 gli aveva detto che Berlusconi si era accordato con la mafia per un patto politico-elettorale tra Cosa Nostra e Forza Italia, intermediario lo stesso Dell’Utri. E quindi? E quindi con queste previsioni a Berlusconi la legge sul processo breve rischia di non bastare più. Per stare tranquillo, avrebbe bisogno dell’immunità. [...] Quindi in questi giorni c’è chi (come uno degli avvocati di Berlusconi, Gaetano Pecorella) ha ipotizzato una “legge-ponte” che metta al riparo il premier in attesa di una modifica della Costituzione“
Si tratta del solito vizietto del “sentito dire-tutti pensano- avrebbe detto-avrebbe bisogno-ha ipotizzato”. Ma le prove devono trovarle gli inquirenti, fin quando non ci saranno queste prove, tutto ciò che si dirà in giro saranno solo falsità perché, fino a prova contraria, si è innocenti fino a quando non viene dimostrato il contrario. Quindi la verità assodata da Gilioli, ma anche dai Travaglio e dai Padellaro di turno, non troveranno spazio per il dibattito ma solo caciara mediatica pronta a tutto pur di spargere sangue nell’arena dei contraddittori.
Tutto per fare più abbonati per il proprio giornale o far arrivare più lettori ai propri blog: del resto essere primi nella classifica di BlogBabel ha il suo prezzo no?
Il clan degli onesti
Certo che noi italiani non ci facciamo mancare proprio nulla. Il PdL ha nelle sue file un camorrista affiliato ai casalesi, mentre il Pd – per non essere da meno -nel direttivo ha inserito un mafioso alcamese affiliato al clan Lo Piccolo. Quanta brava gente!
A domanda rispondo
Scritto da Jack in Belle storie il 30 ottobre 2009
Sono anni che leggo della condanna in primo grado a 9 anni per Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma qualcuno mi sa dire quando si celebrerà l’appello?
Risponde Luigi Cancrini (a pag. 16): Dell’Utri, con Berlusconi dal 1962, conosce Mangano e Cinà di Cosa Nostra nel 1967 e dal 1970 lavora in Sicilia dove, secondo la sentenza di Palermo, dà “un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa Nostra”. Arrestato a Torino nel 1995 con l’accusa di aver inquinato le prove dell’inchiesta sui fondi neri di Publitalia ’80, viene eletto deputato nel gennaio ’96. Condannato definitivamente nel ’99 viene eletto in Europa e poi (2001) al Senato dove nel 2007 stabilisce un favoloso record di assenze. La condanna in primo grado a Palermo di cui lei parla è dell’11 dicembre 2004 e lo riporta al Senato nel 2006 e 2008. Giudica un eroe Mangano, pluriomicida, trafficante di droga, “fattore” di Berlusconi ad Arcore perché non ha fatto “rivelazioni” su di lui e sul suo capo. Si parla ancora di lui, in questi giorni, come di un mediatore nella trattativa fra Stato e Mafia che sarebbe costata la morte a Borsellino. Il processo d’appello è in corso, dovrebbe concludersi a dicembre.
Se lo condanneranno forse diventerà ministro.
La Russa da' del pedofilo a chi lo contesta
Il 12 ottobre negli Stati Uniti si celebra il Columbus Day, una festa celebrata in molti paesi delle Americhe per commemorare il giorno dell’arrivo di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo il 12 ottobre 1492. Come ogni anno una delegazione italiana manifesta per le strade di New York portando i nostri colori al di la’ dell’Oceano. Quest’anno il piacere e l’onore di rappresentarci lo ha avuto il Ministro della difesa Ignazio La Russa.
La Russa è pronto a partecipare alla sfilata: sorride, stringe mani, fa linguacce, prima di prendere posto su una Maserati biposto. La festa gliela rovinano i cittadini di “Qui New York libera”, associazione che in Italia, in vari episodi, ha contestato ministri e politici. I contestatori, armati di cartelli, gridano nei confronti del ministro: “Lo stato non può trattare con la Mafia. Se Mangano è un eroe, Borsellino cos’è?”. La Russa tace, e la Maserati parte. I “sovversivi” però lo seguono e, appena la macchina si ferma, continuano con le loro contestazioni. Questa volta La Russa perde la testa: mette le mani alla bocca e, in tipica posa da stadio, urla: “Mi ricordo, sei un pedofilo” rivolto verso i contestatori. Rincara la dose: “Vergognati, mi ricordo cosa facevi, alle bambine”. Fa un cenno con la mano ad un uomo del suo seguito, questo si avvicina al gruppo e dice, come se chiedesse una cortesia “Ma tu sei un pedofilo, cosa parli?”. Quelli di “qui New York libera” rimangono basiti e stupiti. Un ministro dovrebbe accettare le critiche perché fanno parte del suo lavoro, ma La Russa probabilmente la pensa diversamente.
Nei Tg naturalmente il video non è passato, e sui giornali la notizia non viene riportata perché ritenuta poca importante. Per fortuna c’è YouTube.
Il presidente poliziotto
Antefatto ci ricorda continuamente che Berlusconi non è un santo. E’ quel “continuamente” che da fastidio, oltre ai vari “sarebbe”, “sentito dire” e “non so”.
La legge del più forte
Gli spagnoli hanno senza dubbio esagerato, ma Nino Strano è infinitamente più stupido con queste risposte: ha dimenticato i suoi passati da salumiere?



È stato detto