Articoli con tag Palestina

Critiche e polemiche per Israele

All’indomani dell’attacco israeliano alle imbarcazioni degli aiuti umanitari diretti a Gaza, da tutti i giornali è un inesauribile commento del come del quando e del perché sia successa una tragedia di tale proporzioni. Già ieri Ha’aretz, il più importante quotidiano della sinistra israeliana, si chiedeva cosa non avesse funzionato in un operazione tanto facile quanto importante, ma molto pericolosa perché avrebbe esposto Tel Aviv alle ripercussioni internazionali. Il quotidiano ebraico, nel bell’articolo di Bradley Burston, crede che la disfatta di ieri possa diventare un Vietnam per Israele:

“Qui in Israele, dobbiamo ancora imparare la lezione: non stiamo più difendendo Israele. Ora stiamo difendendo l’assedio (di Gaza, ndr). Lo stesso assedio di Israele sta diventando il nostro Vietnam”. Burston critica l’operato militare perché dalla prima guerra di Gaza non si è appreso nulla, anzi, l’embargo alla Striscia è un’arma formidabile per Iran, Hamas ed Hezbollah, mentre Israele invece continua con le spacconate e le gaffe. Finisce ribaltando la storia attuale: “Desiderosi che il mondo si concentri sull’Iran e sulla minaccia che esso rappresenta per il popolo d’Israele, Netanyahu deve capire che il mondo è ora focalizzato su Israele e la minaccia che esso rappresenta per il popolo di Gaza.

Un aiuto al governo Netanyahu arriva dal giornale della destra israeliana Jerusalem Post in un articolo dell’ex ambasciatore in Romania, Egitto e Svezia Zvi Mazel, che però critica l’incapacità del governo di fronteggiare l’immediato futuro:

“Fermare la flottiglia era un diritto di Israele dato dal diritto internazionale. Si può anche chiedere dov’erano tutte le organizzazioni e i loro militanti negli otto anni quando Hamas ha sommerso il sud con migliaia di razzi. Dove erano quando Schalit è stata presa? Dove erano quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza in un sanguinoso colpo di stato? Hanno protestato contro le ripetute stragi? Hanno protestato quando i leader della loro cosiddetta opposizione ci gettavano giù dai tetti degli edifici? Hanno protestato quando i loro dirigenti sparavano alle rotule dei nostri uomini? Adesso siamo di fronte ad una vera crisi diplomatica. La Turchia la userà per danneggiare Israele. Gli Stati Arabi e l’Iran aggiungeranno benzina sul fuoco. L’Unione Europea, come al solito, darà a noi la colpa – e solo a noi. In realtà la crisi è già iniziata senza attendere il quadro completo. Per noi non sarà facile per due motivi. Il nostro governo non ha una preparazione adeguata alla ricaduta non bloccando il blitz dei media i quali hanno presentato la Flottilla ancora prima di partire. E due: non possiamo aspettarci informazioni e assistenza da nessuno. Vengono in mente i versetti biblici 23.09: ‘Ecco, il popolo abiterà da solo e non potrà essere annoverato fra le nazioni’.”

Ha’aretz continua ancora oggi. L’editoriale di stamattina è ancora peggiore e non accetta smentite:

Quando un esercito ben armato e ben addestrato va in guerra contro una “Freedom Flottilla” di pescherecci carichi di civili, cibo e medicinali, il risultato è preannunciato – e non importa se si è raggiunto l’obiettivo e impedito alla flottiglia di raggiungere Gaza. [...] Hamas ha rivendicato la vittoria senza sparare un solo razzo, l’Egitto è sotto pressione e ha minacciato l’apertura del valico di Rafah, ed è ragionevole pensare che l’Europa e gli Stati Uniti faranno in modo che Israele non se la cavi con una semplice nota di biasimo. [...] Tuttavia sembra che nessuno abbia saputo resistere nel dimostrare la forza militare israeliana. Perché il punto cruciale non è chi avrebbe vinto, ma chi avrebbe preso più punti nell’opinione pubblica. In questo test il governo di Benjamin Netanyahu ha fallito. L’attuale politica israeliana si sta dimostrando un boomerang e ci farà perdere legittimità internazionale [...] La negligenza di chi prende le decisioni sta minacciando la sicurezza degli israeliani e dello Stato di Israele. Qualcuno dovrà pagare per questo vergognoso fallimento. Non c’è modo di convincere il popolo ebraico e gli alleati che Israele è rammaricato per questo episodio, ma impareremo dai nostri errori costituendo una commissione d’inchiesta che accerti le responsabilità per questa politica pericolosa.

Valli su Repubblica arriva alle stesse conclusioni confrontando le attività in Cisgiordania dell’OLP e sulla Striscia di Gaza:

“La società israeliana rispetta al suo interno le regole democratiche, applica di solito, sempre entro i suoi confini, metodi civili per affrontare le proteste disarmate, ma quando agisce fuori dalle sue legittime frontiere il governo israeliano e le sue forze armate non ne tengono sempre conto. L’ossessione della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l’opinione internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare. L’arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso con morti e feriti, è uno di questi eccessi. Lo è al di là dei dettagli che le invocate e più o meno attendibili inchieste accerteranno. [...] Entrambi (il ministro della difesa Barake il primo ministro Netanyahu, ndr) hanno offerto un’occasione insperata al principale nemico di Israele, in campo palestinese. Hamas in queste ore trionfa. Le piazze arabe si riempiono per manifestare in suo favore e contro Israele. Non solo. Nella Cisgiordania occupata, dove da tempo l’Olp collabora con gli israeliani nel dare la caccia alla gente di Hamas, sono stati decretati tre giorni di lutto e si manifesta in favore di Gaza.”

Lo scrittore ebraico David Grossman critica l’operazione militare dando però la colpa agli estremisti islamici di aver teso una trappola a Israele, ma accusa la politica di essere guasta, corrotta e fossilizzata:

“Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può  motivare l’idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l’ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto. [...] L’azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell’approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l’unica scelta possibile. E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l’operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell’ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l’originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni.”

Anche Gad Lerner crede che la politica israeliana sia responsabile davanti al mondo:

“Può anche darsi che stringendo gli occhi a fessura sul riverbero del mare la maggioranza degli israeliani sia trascinata dall’esasperazione a sussurrare tra sé l’indicibile – “ben gli sta, se la sono cercata” – ma ciò non ribalta il bruciore della sconfitta morale. Il paese è sotto choc, soggiogato dal senso di colpa. Vorrebbe giornalisti in grado di spiegare la strage come legittima autodifesa. S’immedesima nei militari feriti, e così la tv giustifica i primi marinai saliti a bordo della “Mavi Marmara”: hanno vissuto attimi di terrore, una situazione analoga a quella dei due soldati linciati dieci anni fa nel municipio di Ramallah. [...] Né giova alla credibilità internazionale d’Israele che il primo incaricato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sia stato il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon, esponente del partito di estrema destra “Israel Beitenu”: fu proprio Ayalon l’11 gennaio scorso a offendere di fronte alle telecamere l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, fatto sedere apposta su una poltrona più bassa della sua e preso a male parole. Rischiando di interrompere già allora le relazioni diplomatiche fra i due più importanti partner degli Usa in Medio Oriente. Oggi il trauma del distacco fra Israele e la Turchia è irrimediabilmente consumato. Non a caso il governo di Ankara aveva appoggiato la Freedom Flotilla dei pacifisti, salpata dalle sue coste con l’intenzione di un’esplicita azione di disturbo ai danni di Netanyahu. Israele è caduto in pieno nella provocazione.”

Luca Sofri, nel suo editoriale sul Post, fa la sintesi di cosa è oggi Israele e di come sarà il futuro. Con una nota positiva, l’ultima:

“Israele è oggi un paese incattivito, cupo nella certezza di essere accerchiato e smanioso di prevenire gli smacchi attaccando per primo. Nessuno, va detto, vivrebbe agevolmente sotto il tiro delle armi iraniane; così come nessuno poteva ragionevolmente giustificare o ammettere il tiro a segno dei missili di Hamas su Ascalona – la patria di tanti filosofi e dello scalogno che si usa in cucina. Ma a cosa giova aver trasformato Gaza, la città il cui nome significa “tesoro”, nell’antonomasia di un crimine contro l’umanità? A cosa giova aver dato un calcio ai residui legami con la Turchia, già storico alleato di Israele e pedina essenziale negli equilibri della regione? A cosa giova aver aggiunto un altro anello alla catena di recriminazioni incrociate che strangolano sempre più l’intero Medio Oriente? [...] È buio ormai e la città allenta i suoi ritmi vorticosi. Per domani si attendono dimostrazioni, di certo nei Territori, forse anche nella capitale. Se i soldati avessero ucciso un noto capo politico arabo-israeliano, anch’egli a bordo della “Marmara”, saremmo forse alle soglie della terza Intifada; ma per fortuna pare non sia avvenuto, in questa vicenda che ha ancora tanti punti da chiarire.
In lontananza, dal quartiere arabo, un crepitìo di spari. Guardo fuori. Sono fuochi d’artificio, qualcuno – forse – si è appena sposato, per costruirsi in tanta pièta un lembo di futuro.”

Il Giornale, con un editoriale di Vittorio Feltri, è invece dalla parte di Israele. Il direttore, con un pezzo intitolato “Israele ha fatto bene a sparare“, afferma che le forze militari avevano tutto il diritto di sparare perché le imbarcazioni in realtà trasportavano terroristi pagati da Hamas. Feltri indica la strada da seguire: facciamoci i “casi” nostri così non ci saranno guerre e pacifisti.

Quello che stiamo per dire non piacerà a tutti. Meglio dirlo prima perché conosciamo molti polli italiani e i loro sentimenti antisraeliani. [...] Il minimo che potevano aspettarsi quella della Freedom Flottilla era una raffica di mitra, viceversa sono andati avanti con una tranquillità ai limiti dell’incoscienza: ovvio non abbiano trovato un sorridente comitato d’accoglienza. Israele è circondato da paesi più o meno islamici che non gli riconoscono il diritto d’esistere e meditano (vedi l’Iran) di trasformarlo in un cumulo di detriti mediante bomba atomica. [...] Per concludere il discorso con una semplificazione polemica, desideriamo ricordare ai signori pacifisti che, se agiscono da supporto ai terroristi, tanto pacifisti non sono, semmai complici dei seminatori di morte. E che la regola madre è quella di occuparsi dei casi propri; così non ci sarebbero più le guerre e nemmeno i pacifisti.”

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Notizie dalle zone di guerra

Per chi fosse interessato alla guerra ebreo-palestinese, ma non si vorrebbe mettere sempre a cercare le pagine dei giornali che trattano le ultime notizie, internet come al solito è il posto ideale per tenersi aggiornato. NetworkingSul web si trovano alcuni strumenti atti a sostenere la vostra fame di sapere sulle notizie in zona di guerra. L’ultimo in ordine di tempo è CrisisWire, sito creato nel novembre dello scorso anno, dove si possono leggere le ultime notizie dai siti e dai blog che scrivono in zona di guerra, vedere i video trasmessi in streaming dai cineoperatori in loco e guardare le immagini tratte da Flickr riguardanti la guerra israele-palestinese e di tutte le zone di guerra nel mondo.

Se invece vorreste farvi da voi una ricerca globale, allora ci sono anche due strumenti per la ricerca sociale. A differenza di Google e il suo algoritmo di ricerca, WhosTalkin e Social Mention, questi i nomi dei due social search, cercano le query richieste solamente in alcuni siti già preimpostati, tutti rigorosamente di social networking e di micro-blogging.

Da non dimenticare naturalmente i metodi classici come GoogleMaps, Flickr, la blogosfera (nelle sue tante facce)  e, ultimi ma non ultimi, YouTube e Google Video. Tuttavia, il maggior esperto di notizie in tempo reale rimane come sempre Twitter e la sua Twitter-search.


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In nome di quale popolo

Da questo punto di vista, le parti in causa sarebbero due fazioni belligeranti di ugual potenza e, dopo sei mesi di tregua, una delle due parti in conflitto (ossia i palestinesi) avrebbe infranto la tregua mediante il lancio di alcuni missili. La parte aggredita (Israele) non avrebbe pertanto avuto altra scelta che difendersi, o almeno questo è ciò che viene venduto al mondo dal potere israeliano, amplificato dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione occidentali, sostenuti dall’amministrazione Bush e da molti governi europei. Solo i più coraggiosi osano a malapena rilevare, pur con riserva, la sproporzionalità della “reazione israeliana”. Che coraggio!

Questa è la parte iniziale di un accalorato articolo di Tariq Ramadan sul Riformista. Ramadan, intellettuale franco-svizzero-islamico, catalogato da più parti come l’ideatore di un presunto Islam europeo, scrive un ottimo articolo a senso unico. Per carità, quasi tutto quello che ha scritto è la pura verità, ma dichiararsi come interlocutore preferenziale tra l’Islam e l’Occidente, o ancora meglio, tra l’Islam e Israele, e poi fare un discorso di questo genere, beh, francamente questa “obiettività” di cui il professore di Oxford tende a primeggiare, io non la vedo.

I governi israeliani, di destra e sinistra, prendono tempo, mentono, giustiziano sommariamente gli oppositori, non danno pressoché alcun peso alle morti di civili palestinesi (nient’altro che danni collaterali alla sicurezza di Israele) e continuano ad autorizzare gli insediamenti di coloni, spingendo sempre più in là la politica del “fatto compiuto”.

Ciò significa che le morti di Rabin e Arafat sono state inutili, tempo sprecato anche i loro Nobel per la pace. Nobel disillusi da Hamas che militarmente ha occupato Gaza espellendo, incarcerando e spesso uccidendo chi in disaccordo con la “Via del terrore”. Israele il “fatto compiuto” l’ha fatto per se stessa: ha letteralmente scacciato i coloni ebrei dalle loro case propriamente per adempiere agli accordi presi con Arafat lasciando all’ANP il pieno controllo della Striscia di Gaza. Tanto fatto compiuto è stato, che Sharon ha perso le elezioni. E sì perché in Israele vige la democrazia, dove chi è contrario alla politica dei propri governanti può anche non votarlo alle successive elezioni. E così è stato. Hamas, o i “palestinesi” come li chiama Ramadan – manco fossero la stessa cosa – non è esattamente un regime democratico. La Palestina sì invece: Abu Mazen è il Presidente eletto dal popolo palestinese, democraticamente.

Ciò che conta è mobilitare i votanti e vincere le elezioni. Si tratta di un’operazione indubbiamente riuscita, giacché l’80% degli israeliani è a favore dei genocidi a Gaza. È spaventoso.

Leggendo queste parole mi viene da pensare che Ramadan non sia mai andato in Israele, perché se ci fosse stato, almeno una volta nella sua vita, avrebbe capito che NO, nessun israeliano vuole lo sterminio dei palestinesi di Gaza. Ramadan forse dimentica l’Olocausto – o forse è uno di quelli che dubitano della sua esistenza stessa -, perché parrebbe, almeno così mi sembra a primo acchito, che l’intellettuale francofono stia manifestando tutto il suo grande disprezzo e l’enorme odio che nutre verso Israele. Una persona che si ritiene garantista, che vorrebbe far nascere anche in Europa un vera fede islamica europea, una persona del genere con questi alti ideali, mai e poi mai avrebbe detto queste parole cariche di odio verso una Nazione contraria al suo credo e contraria al suo ideale di pacifismo – come da lui professato in altri articoli sul Riformista -, un musulmano moderato non avrebbe sicuramente attaccato così aspramente un paese che non gli aggrada, ma lo avrebbe fatto con moderazione: questo è puro odio, prof. Ramadan. Non potrà essere simpatica a tutti la nazione ebraica, ma sicuramente sa cos’è l’odio perché l’ha vissuto sulla sua pelle negli ultimi 60 anni.

Prendere tempo, illudersi, impantanarsi in operazioni inverosimili e orribili massacri non serve a garantire la vittoria… al contrario.

Non garantisce nemmeno la pace, caro Ramadan. Ed è proprio di questo che i palestinesi e gli israeliani hanno bisogno: pace, duratura, Santa Pace. Hamas è solo una milizia armata che si serve della guerra per alimentare l’odio di persone come Ramadan. Ma come lui ce n’è sono tanti. Purtroppo.

Israele sbaglia politica da 60 anni nei confronti dei palestinesi: non è la guerra la soluzione, ma la diplomazia. I palestinesi continuano a farsi fomentare da assassini senza scrupolo che tengono più alla fama che alla gloria di Allah. Sbarazzatevene e confluite verso una pace duratura con i popoli vicini. Israele e gli israeliani vogliono questo, esattamente come vogliono i vostri figli stanchi di anni di guerra senza motivo.


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La trappola per topi

Immaginate di rinchiudere qualche centinaio di topi in un campo di bocce, che avete provveduto a recintare con alte pareti di legno, per tre lati su quattro. Il quarto lato – uno di quelli lunghi – non ha bisogno di pareti, poichè subito accanto alla sabbia c’è l’acqua di uno stagno: in quella direzione i topi non potranno andare.

Gettate nel campo un pò di cibo, che sia sufficiente a tenerli in vita, ma non a sfamarli tutti. Quando il nervosismo per la fame cresce, e la ricerca di cibo diventa più spasmodica, infilate un dito in uno dei tanti forellini che avete praticato sulle pareti di legno, e aspettate che i topi ve lo morsichino. A quel punto urlate di dolore, prendete lo schioppo e ne fate fuori una decina.

I topi per un momento si calmano.

Tornate a gettare del cibo, poi riducetene la dose, lasciate che la fame cresca, tornate a infilare il dito in un forellino, e impallinate nuovamente quelli che ve lo morsicano.

Se qualcuno protesta per il continuo massacro dei topi, mostrategli il dito ferito, e spiegategli che i topi devono imparare a rispettare chi li nutre.

Dopo aver ripetuto il ciclo per un pò di tempo, riducete drasticamente le quantità di cibo, obbligando i topi ad ammazzarsi fra di loro pur di riuscire a sopravvivere. Vedrete così che i più forti riusciranno comunque a nutrirsi, …

… mentre i più deboli si lanceranno con disperazione verso le pareti, cercando a tutti i costi di uscire da uno dei forellini che avete praticato.

A quel punto vi trovate obbligati a rinforzare le pareti con delle lastre di acciaio, perchè i topi rischiano di scavarsi nel legno una via di uscita.

Niente più forellini, niente più morsicature, niente più punizioni. Interrompete del tutto la somministrazione di cibo, e restate semplicemente a guardare.

Quando lo scompiglio e la disperazione avranno raggiunto i massimi livelli, vedrete che i topi cercheranno di scavare delle gallerie sotto le pareti rinforzate, pur di uscire alla ricerca di cibo.

A quel punto chiedete gentilmente ai vostri amici egiziani di tappare quelle gallerie.

Benvenuti a Gaza.

Massimo Mazzucco

Non sono completamenre d’accordo, ma mi piace molto la similitudine


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Piombo fuso

Se qualcuno tirasse razzi nella casa dove le mie figlie dormono di notte, farei qualsiasi cosa per impedirglielo”. Leggendo queste parole, credo che chiunque abbia dei figli si comporterebbe esattamente così, e non ci vuole un genio per capirlo ma basterebbe essere un genitore.
Queste parole sono di Obama dette sei mesi fa in piena campagna elettorale. Il paradosso – come specifica Leonardo – viene immediatamente dopo: “…e mi aspetto che Israele faccia la stessa cosa”. Le parole del Presidente eletto sono “condivisibili” se dette sia per gli israeliani che per i palestinesi, ma se le dice solamente per Israele – come effettivamente ha detto – allora diventa fazioso a sua volta.

Dico questo perché l’attacco di Israele in questi giorni contro Hamas – che occupano militarmente Gaza – ha fatto finora più di 350 morti e circa 1700 feriti. È vero che Hamas ha lanciato dei razzi in territorio israeliano, ma è altrettanto vero che la rappresaglia del governo di Olmert, a mio avviso, è stata ed è tuttora eccessiva. Ma anche il contrario se si ci pensa un po meglio.
La striscia di Gaza è in pieno territorio israeliano e ha solamente un lato confinante con l’Egitto. Stretta nella morsa di Israele ha una particolare forma che la contraddistingue: è lunga 50 Km e larga appena otto, da qui il nome “striscia di Gaza”. Finora Israele ha dato la governabilità di Gaza in mano ai palestinesi, ma da quando l’ala politica di Hamas ha vinto le elezioni nazionali del 2006 (76 seggi in Parlamento su 132), ha completamente dato forma al suo statuto – non esiste soluzione alla questione palestinese se non nella Jahad – tanto da essere estromessa politicamente in Cisgiordania dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas nel 2007, completando l’estromissione alcuni mesi dopo dichiarando fuorilegge la milizia armata per decreto. Da quel momento gli scontri tra Hamas e Israele praticamente non sono mai cessati. In teoria lo stato ebraico ha lanciato l’attacco aereo a Gaza contro la milizia di Hamas per legittima difesa, però voci sempre più insistenti indicano un attacco di terra ormai prossimo: ma la cosa assurda sta nel fatto che Israele dovrebbe occupare Gaza militarmente, e poi riconsegnarla a Abu Mazen (la Kunya di Mahmoud Abbas) quale legittimo Presidente dell’Autorità palestinese per far cessare questa guerra-lampo prima che si aggravi ulteriormente. Ma la cosa sembra poco attuabile perché – secondo stime – ci sarebbero parecchie vittime sia tra i civili che tra i soldati israeliani, oltre che, naturalmente, tra i miliziani di Hamas.

Che fare allora? Come sarebbe giusto agire? La mediazione dell’Onu e della Comunità Europea sembra l’unica strada ormai rimasta. Verrà valutata da entrambi? Sarà accettata da entrambi o almeno da uno dei due?

Io per la verità non mi aspetto niente di buono per i prossimi giorni, la mia impressione è che si stia creando quella strana aria di ostilità esplosiva molto simile a quella del 1981 durante la prima guerra del Libano: anche allora, come adesso, gli israeliani occuparono un’area non di loro competenza, per giustificare i ripetuti lanci di razzi nel proprio territorio e per combattere l’influenza siriana in zona.
Allora era la Siria, oggi è Hamas. Cambia il nome, ma il risultato mi sembra uguale.


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Risposte senza errore

L'attacco a Gaza (Afp)

I palestinesi commettono degli errori madornali, ma gli israeliani non gli perdonano nemmeno quello: «Risponderemo in tutti i modi».

«La nostra aviazione – ha detto un portavoce – è intervenuta in modo massiccio contro infrastrutture di Hamas nella Striscia di Gaza per fermare gli attacchi terroristici delle ultime settimane contro edifici civili israeliani. Abbiamo avvertito la popolazione civile della Striscia di Gaza che avremmo attaccato e Hamas, che si nasconde tra la popolazione civile, è l’unica responsabile di questa situazione. Le nostre operazioni andranno avanti e, se necessario, saranno allargate». Anzi, secondo il portavoce dell’esercito israeliano, Avi Benyahou, l’offensiva è «appena all’inizio».

Hamas ha «ordinato alle Brigate Ezzedine al Qassam di rispondere all’aggressione degli occupanti in tutti i modi». «Il mondo rimarrà sorpreso della nostra risposta all’aggressione degli occupanti» ha detto Fawzi Barhoum, esponente del movimento estremista islamico. «Ora le Brigate Ezzedine al Qassam – ha aggiunto - hanno le mani libere per rispondere con tutti mezzi di cui possiede, inclusi i missili a lunga gettata e le azioni di martirio. Abbiamo la forza per controbilanciare questo terrorismo». Un appello simile è stato lanciato dalla Jihad islamica: «Tutti i combattenti hanno ricevuto l’ordine di rispondere al massacro perpetrato da Israele».

La politica della guerra continua a mietere vittime: la colpa è di Hamas perché si nasconde tra la popolazione; la colpa è di Israele perché continua col massacro di civili e militanti. Assurdità su assurdità.


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Notizie per errore

[...]un razzo lanciato dalle milizie palestinesi e finito per errore su una casa di Bet Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza ha ucciso due sorelline palestinesi, di 5 e 13 anni. Lo hanno fatto sapere fonti mediche palestinesi. Il razzo, lanciato con tutta probabilità da miliziani palestinesi, avrebbe dovuto colpire il territorio israeliano.[...]

Se avesse colpito due bambine israeliane non ci sarebbe stato l’errore e quindi nemmeno la notizia, esatto? Buono a sapersi.


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