Articoli con tag PD

Rabbia e consapevolezza

“E’ colpa tua e dei tuoi se oggi ci siamo incagliati sull’art. 45. Tutto lo Statuto è condiviso. E’ per i vostri ricatti che siamo a questo punto. Non sognatevi che io mi dimetta, in nessun caso. Se il vostro obiettivo è questo, scordatevelo…”

In queste parole di Debora Serracchiani c’è tutta la consapevolezza, la rabbia, il rancore e forse l’odio per la vecchia nomenklatura del Pd FVG che ha permesso di approvare lo Statuto regionale in tutti i suoi punti cardini, tranne l’art. 45 sui limiti ai mandati dei dirigenti in regione. Ne ho fatto un lungo articolo che gli amici di Giornalettismo mi hanno pubblicato oggi. Io penso sia interessante e vorrei un vostro parere.

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Programmi

Mi rendo conto che in questi ultimi giorni sono stato poco presente sul blog, ma è stato per una buona causa. Da alcune settimane sto curando la comunicazione web del circolo del Pd di Cordenons, per cui, tra eventi normalmente da programmare e convegni da promuovere, il tempo che rimane è decisamente poco.

Per dirvene solo due: per oggi pomeriggio alle 17.30 abbiamo organizzato, assieme al provinciale, la manifestazione a favore della Democrazia (Sì alle regole. No ai trucchi) che si terrà a Pordenone in concomitanza con quella nazionale a Roma, dove interverrà, oltre alle maggiori cariche provinciali e regionali, anche l’attrice Carla Manzon la quale leggerà testimonianze di cittadini che hanno duramente pagato per non aver rispettato le regole che questo Governo sta infrangendo; mentre per mercoledì prossimo 17 marzo, il circolo di Cordenons ha organizzato un convegno sulla scuola denominato “Il Governo mette in ginocchio la scuola” con la partecipazione del consigliere regionale del Pd Franco Codega, del dirigente scolastico Sergio Chiarotto, del segretario regionale CISL Scuola FVG Donato Lamorte, con Sonia D’Aniello rappresentante del Comitato Genitori Pordenone, e il vicesindaco e assessore alla Cultura, Istruzione e Associazionismo di Cordenons Alberto Fenos. Tutto questo naturalmente ha bisogno di un notevole dispendio di energie in fase organizzativa, ma anche – e nel mio caso è primario – di un notevole supporto comunicativo per far sì che gli eventi vengano pubblicizzati a dovere.

Per far fronte alla mole di lavoro che ci siamo dovuti sobbarcare, abbiamo pensato di aprirci un profilo su Facebook che sta andando alla grande (in meno di due settimane abbiamo già oltre 160 “amici”) dove andiamo a promuovere gli eventi e i convegni che organizziamo, e un account su Twitter dove inseriamo, man mano che arrivano, le notizie in 140 caratteri della provincia di Pordenone e del comune di Cordenons, senza disdegnare le notizie regionali che troviamo interessanti. A tutto questo naturalmente si aggiunge il blog che è da sempre il centro focale di tutta la comunicazione web del circolo. Ma non contenti del lavoro già svolto finora, abbiamo invitato Matteo Colaninno il mese prossimo per parlarci di welfare e lavoro, e una sorpresa che è ancora solo una proposta ma che se diventa realtà è davvero una gran bella cosa per la città che mi ha adottato 10 anni fa.

Insomma, una giornata dura solamente 24h e me ne servirebbero almeno il doppio, ma con tutto ciò sono ben felice della piega che stanno prendendo le cose perché quando si fanno con passione tutto diventa sopportabile e lo stress lo butti alle spalle. Per quanto riguarda OpenWorld l’ho detto: ho poco tempo da dedicare a voi, ma sono ben consapevole che i miei degni compari sanno come non farvi rimpiangere la mia presenza. Per cui hasta la vista and enjoy ;)

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La Russa ministro della difesa

Il Ministro della difesa Ignazio La Russa è uno che prende molto seriamente il lavoro che svolge. Infatti, durante la conferenza stampa del premier Berlusconi sul respingimento del ricorso al Tar per le liste in Lazio, un giornalista freelance – Rocco Carlomagno – ha cercato ripetutamente di chiedere al Presidente del Consiglio notizie sul caso Bertolaso e sul caos liste. Il premier a quel punto, dopo avergli risposto un paio di volte di attenersi all’ordine, ha chiesto alla security di scortarlo fuori dalla sala, ma La Russa, con impeto marziale, ha prima preso da parte il freelance chiedendo di star zitto, dopo, vedendo il continuare del disturbo, ha messo le mani addosso all’uomo e l’ha scortato di forza fuori dalla sala.
«Leì è un picchiatore fascista», gli ha urlato Carlomagno. «Lei non è iscritto a nessun albo» ribatte La Russa. Lo stesso Denis Verdini, uno dei tanti coordinatori del Pdl, si è avvicinato alla security e pare abbia chiesto agli uomini della scorta di far allontanare La Russa.

Nel frattempo Berlusconi continuava con le sue lamentele sul ricorso non accettato dal Tar del Lazio: “E’ stata violata la legge: i nostri funzionari erano all’interno dell’ufficio circoscrizionale entro i termini. E’ stato infranto anche il buon senso. Non c’è stato nessun errore. A Roma ci hanno impedito di presentare la lista del Pdl. La discesa in piazza del Pdl e’ per rivendicare il diritto del primo partito ad essere presente alle elezioni. Che senso ha essere fiscali su qualche decina di firme? Formigoni ha milioni di voti in Lombardia”.

Il Pd, a ricorso avvenuto, fa sapere per voce del segretario Piggi Bersani che sabato sarà una manifestazione di proposta e non di protesta e in un’altra nota lo stesso Bersani ha dichiarato “Basta ricorsi da Pd e Pdl” probabilmente riferendosi al ricorso Pdl in Emilia per il candidato di centrosinistra Vasco Errani anch’esso al quarto mandato come Formigoni. Ma il commento più divertente è dell’ex segretario Dario Franceschini su Twitter: “Silvio! Se fate casino anche sulla data della manifestazione, finisce come per le liste e un po’ di gente va in piazza il 20, un po’ il 21…”

Il gioco del centrodestra è imperniato sulla mancanza di diritto al voto per gli elettori, però è un gioco sporco perché il Tar ha deciso di non ammettere la lista del Pdl a Roma e provincia e non in tutta la regione. Inoltre la candidata Polverini rimane comunque in gara a prescindere delle liste, per cui non è in pericolo il diritto al voto ma la mancanza del Pdl in Lazio. C’è un enorme differenza tra la violazione del diritto al voto e la mancanza di una lista candidata. E lo sanno, ma fanno gioco sporco per alzare i toni della polemica. Con la possibilità che gli si ritorca contro, dato che anche i sondaggi li vedono in picchiata con una perdita di oltre 11 punti rispetto ai mesi scorsi.

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Frase della settimana

“Il ragionamento del Pd non fa una piega: «Il decreto è un vulnus alla democrazia, stravolge le regole, è un atto autoritario, un gesto di arroganza, quindi Napolitano ha fatto benissimo a firmarlo».”

Jena

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Il Ddl del sospetto

Sul vero o presunto ddl che il Governo sta approntando per riprendere le liste regionali in Lazio e Lombardia avrei molto da dire, però mi limito a due sole considerazioni: una personale, l’altra politica.

Partendo da quella che mi sta più a cuore, quella personale, vorrei dire a questo governo, il quale dice di aver fatto i miracoli manco Padre Pio, che una porcata del genere io me l’aspettavo ma non fino a questo punto. E’ inaccettabile che un governo legittimamente eletto dai cittadini possa avere la pretesa, o la giustificazione, di redigere un decreto d’urgenza per il solo motivo che senza il primo partito italiano le elezioni verrebbero a mancare di quel gesto democratico di cui l’Italia è portatrice.
Vorrei far notare che il rispetto delle regole E’ DEMOCRAZIA, in quanto facenti parte di quella grande macchina democratica che anche voi parlamentari siete tenuti a rispettare, per cui non lo trovo assolutamente ammissibile che un marchiano errore di valutazione – fatto dal Pdl in Lazio e Lombardia – possa tramutarsi in un discorso legittimo sulla valutazione elettorale democratica. E se è vero che il popolo è il sovrano del Paese, è assolutamente impensabile che chi sta al Governo possa autenticare una legge per il solo fatto di essere il partito rappresentativo della maggioranza dell’elettorato.

E se il partito che mi rappresenta sostiene che per il bene del Paese bisogna fare tutto il possibile, anche con una legge ad hoc, per cui la tornata elettorale si riporti nei ranghi normali – “Di questa situazione è responsabile la maggioranza e se ne prendano la responsabilità, poi si vedrà. Certo non abbiamo mai pensato di vincere per abbandono degli avversari”, Bersani ieri su Repubblica -, non mi sento di sostenere tale tesi perché oggettivamente la mancata presenza del principale partito italiano non pone il problema del diritto al voto, ma solo la mancata presenza di una coalizione che poteva  - esattamente come tutte le altre – essere eletta e governare nelle due regioni. Pertanto non riesco a capire perché si debba dare un ulteriore prova di scarsa lungimiranza nel cercare di aiutare una coalizione politica, oltretutto distante anni luce da noi, quando non sono state rispettate le più elementari regole democratiche. Inoltre credo che dare l’assenso ad una pratica del genere, crei un pericoloso precedente di cui noi tutti possiamo e dobbiamo fare a meno.

La considerazione politica è invece tutt’altra e mi rendo conto che anche questa è valida ai fini elettorali.

E’ certamente snaturare le elezioni, in due regioni cardini come il Lazio e la Lombardia, se per effetto di un madornale errore non si possano presentare le liste del principale partito italiano. E’ però vero che le regole vanno rispettate a priori, ma su queste basi trovo esatta l’affermazione del segretario Bersani sul vincere per abbandono degli avversari. Chiarire le responsabilità del Pdl nella mancata presentazione delle liste è un atto dovuto agli italiani, non solo agli elettori di centrosinistra, per cui mi dico disponibile ad una legge che permetta, entro breve tempo e senza ulteriori prolungamenti, di far concorrere alla tornata elettorale le liste di Formigoni e della Polverini. E’ un fatto oggettivo: non poniamoci il problema che diceva La Russa qualche giorno fa (“se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto”) perché viviamo in pieno ventunesimo secolo e certe cose, anche se non siamo un paese pienamente “civile”, non possono accadere nemmeno se lo volessimo. Quindi le mie considerazioni vanno su un discorso più ragionevole: il Pdl deve fare pubblica ammenda dell’errore commesso, e il Pd deve cercare in tutti i modi per risolvere amichevolmente questo pasticcio. Naturalmente “amichevolmente” non significa abbassare la testa a qualsiasi richiesta della maggioranza, ma sottostare a quei criteri democratici che fanno in modo che la democrazia non venga compromessa, dove tutto sommato il primo partito d’opposizione sia consapevole di avere il coltello dalla parte del manico ma senza voler per questo sferrare il colpo finale al nemico giurato. Pertanto io direi di sì al ddl, ma stando attenti a cosa ci riserverà il futuro con questa scelta.

Conclusioni. La mia paura non si focalizza sul ddl in sè, ma a cosa potrebbe comportare per il Pd una scelta che vada in questo senso. Non dimentichiamoci che Berlusconi nasce imprenditore, vi ricordate come si comportò con Rizzoli e Rete4? Vi rinfresco la memoria: anni fa, quando Rete4 era ancora in mano a Rizzoli e la pubblicità passava prevalentemente per le mani Canale5 e Italia1, l’allora proprietario di Rete4 propose a Berlusconi di vedersi e chiarire definitivamente l’oggetto del contendere, ovvero i prezzi stracciati delle tv berlusconiane in un contesto di concorrenza sleale e impraticabile dall’avversario. Berlusconi diede appuntamento a Rizzoli per il venerdì sera, e si accordarono su un tetto minimo per la pubblicità sulle tre emittenti private che sarebbe partito il lunedì successivo. Berlusconi e Rizzoli si dissero soddisfatti dell’accordo perché chiudeva una vertenza e aumentava la qualità dei contenuti televisivi. Ma Berlusconi, vecchia volpe dell’imprenditoria, fece una furbata che il vecchio Rizzoli non si aspettava: chiamò, il venerdì sera al ritorno dall’incontro, i maggiori investitori pubblicitari dicendo che dal lunedì successivo i prezzi avrebbero avuto un rialzo notevole e quindi, se volevano mantenere gli attuali prezzi e continuare a pagare poche lire per una campagna pubblicitaria che valeva miliardi, dovevano firmare dei contratti entro la domenica sera in modo da non incorrere nell’accordo fatto con Rizzoli. Morale della favola: Rizzoli non riuscì ad avere altri investitori e dovette vendere l’azienda a Berlusconi.

Quindi il problema che pongo è sul mantenimento delle promesse da parte di Berlusconi. Chi ci dice che, dopo aver avuto la conferma di non osteggiare il ddl dal Pd, la maggioranza non invochi l’assoluzione dei suoi avventati gesti dando la colpa ai soliti magistrati politicizzati, ai radicali estremisti e ai comunisti anti-democratici? Pertanto la posizione del Pd è molto particolare, in quanto deve dire sì all’unità nazionale, ma deve necessariamente dir di no ad accordi che non precludano prima l’ammonimento al governo per gli incresciosi fatti di cui sono stati autori.

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Respingere lo statuto del Pd FVG

L’ex presidente della Commissione di garanzia regionale: «Manca una parte essenziale, il documento è monco». Non c’è il limite dei mandati per i regionali

Pd, troppi dubbi sullo statuto. E Roma potrebbe respingerlo

Uno statuto “monco” che da Roma potrebbe essere rinviato in Friuli Venezia Giulia per essere corretto. È il dubbio che serpeggia in più d’un democratico regionale, di diversa componente. Perchè l’assemblea, spaccata, domenica ha votato una “costituzione” che manca di una parte e che in un’altra non rispetta i dettami nazionali.

Dal Pd regionale lo statuto dovrà passare ora al vaglio della Commissione nazionale di garanzia, presieduta da Luigi Berlinguer, che avrà il compito di verificare la conformità delle regole del partito in Friuli Venezia Giulia con quanto stabilito a livello nazionale. Se così non fosse, il documento verrà rinviato in regione per correzioni. Un risultato che non potrebbe soddisfare nè la segretaria Fvg Debora Serracchiani nè l’assemblea regionale, che si erano impegnate a dare il via libera allo statuto considerato anche che il Fvg è l’ultima regione d’Italia a dotarsi dello strumento. D’altra parte per come si è svolto l’appuntamento democratico domenica scorsa, nulla lasciava immaginare che l’escamotage per arrivare a un sì dell’assemblea fosse stralciare una parte dello statuto, com’è accaduto. Eppure oggi quel gesto solleva più di un’obiezione sull’ammissibilità romana della “costituzione” Fvg.
Il nodo è stato quello del limite dei mandati per i consiglieri regionali, elemento inserito nello statuto nazionale del partito che prevede non più di tre legislature consecutive. Nel documento regionale, invece, quel limite non esiste, è la parte stralciata dopo una bagarre durata ore. L’assemblea, infatti, era arrivata a definire in due con deroga illimitata il limite per i regionali democratici, ma la regola sarebbe diventata effettiva se lo statuto fosse stato approvato a maggioranza qualificata, 81 voti. Resasi conto di non avere i numeri necessari, Serracchiani ha proposto lo stralcio dell’articolo e fatto così approvare il resto dello statuto. Oltre però a mancare di una parte importante, lo statuto nell’articolo successivo, il 46, prevede il limite dei mandati per i sindaci, i presidenti di Provincia, gli assessori comunali e provinciali, limite fissato in due mandati consecutivi che diventano tre per i Comuni fino a 5 mila abitanti. Anche per i consiglieri regionali, quindi, dovrebbe esistere una norma statutaria, è il pensiero più diffuso.
Altra regola, invece, è quella dell’elezione dei segretari provinciali e comunali del Pd, cariche da rinnovare in Fvg entro fine maggio. Una direttiva nazionale prevede che a votare siano solo gli iscritti, mentre lo statuto Fvg prevede anche gli elettori.

Ferdinando Milano è stato presidente della Commissione regionale di garanzia del Pd fino al 2009. E per lui va evitato il rischio di un rinvio al Fvg dalla Commissione nazionale di garanzia. «Ritengo – spiega Milano – ci sia un problema relativo alla questione dei mandati per i regionali: ogni statuto regionale e quello nazionale contengono quel limite. Si tratta quindi di una norma di rango statutario e come tale andrebbe inserita nello statuto, che al momento è quindi monco». Serracchiani ha fatto intendere che quei paletti verranno fissati in un regolamento da approvare a maggioranza semplice. Milano dissente. «Sarebbe poco comprensibile venissero fissati altrove e attraverso un altro strumento. E sarebbe abbastanza discutibile – continua Milano – una norma statutaria non approvata dalla maggioranza qualificata dell’assemblea, 81 voti, perchè le regole che normano la vita democratica di un partito vanno condivise e riconosciute dalla grande maggioranza del partito e l’assemblea è espressione forte di iscritti e elettori». Milano, quindi, rimanda il Fvg a un chiarimento con la direzione nazionale. «La questione dell’elezione di segretari comunali e provinciali, sarebbe bene venisse risolta attraverso un dialogo con Roma, anche perchè la contraddizione tra Fvg e nazionale va risolta in tempi utili considerato che da noi è vicina la scadenza di maggio. E in generale, comunque, un dialogo serve per non correre il rischio che il nostro statuto non sia conforme al nazionale».

Messaggero Veneto di oggi

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Pd, approvato lo statuto “monco”: rinvio per il limite dei mandati

Lo statuto del Pd c’è, il limite dei mandati per i consiglieri regionali no. I 160 dirigenti chiamati ieri ad approvare la “costituzione democratica” sono arrivati all’assemblea regionale spaccati e nello stesso modo hanno chiuso l’assise. Con un risultato, lo stop ai paletti per l’accesso in Regione, che accontenta più il gruppo dei bersaniani e dei regionali, guidati da Gianfranco Moretton, che la segretaria Fvg Debora Serracchiani e la componente di Ignazio Marino.

L’assemblea si consuma in cinque ore di tensioni e bagarre, con le varie componenti divise su tutto, dallo svolgimento dei lavori fino alle scelte che contano. In un clima da stadio, le prime grida scoppiano perchè, prima dell’approvazione dei 74 articoli statutari, non è previsto un dibattito. O meglio, Alessandro Tesini, coordinatore della commissione di sei che ha redatto lo statuto, ne riassume i principi e poi riesce a parlare Vincenzo Martines, componente Bersani, per assicurare il voto del gruppo al documento elaborato dalla commissione, compreso l’articolo 45, quello che introduce il limite di tre mandati, retroattivi. E mentre il consigliere regionale Franco Brussa, tra le proteste, guadagna il palco per dire che no, non voterà lo statuto vista l’a ssenza di dibattito, a Flavio Pertoldi viene negato d’i ntervenire.

Così comincia l’approvazione, articolo per articolo. Il primo scoglio è la composizione dell’assemblea regionale, perchè il nuovo sistema, come spiega il consigliere Fvg Franco Iacop, mette su piani diversi eletti e iscritti. Il presidente della Regione, qualora fosse del Pd, con il nuovo statuto non potrà farvi parte e stessa cosa accadrà per i sindaci o i presidenti di Provincia.

Ma da poco è scoccato mezzogiorno quando un giovane democratico si volta e a un collega di partito dice: «Qui si fa la storia». “O non si fa”, proseguirebbe a cantare Vasco Rossi. E il Pd non la fa, scegliendo di non scegliere. Non ancora. Il momento è quello dell’a rticolo 45 e Serracchiani parla. «Ringrazio la commissione per il grande lavoro di sintesi. La mia linea è sempre stata quella di un limite di mandati per i regionali e fino all’ultimo – dice la segretaria Fvg – ho cercato di mettere tutti d’accordo. Nè la componente Bersani nè quella Marino hanno fatto fallire la sintesi dei tre mandati: il problema è sorto all’interno della mia maggioranza e quindi non voterò a favore dei tre mandati».

È qui che la sala si trasforma in spalto. Pertoldi, a nome dei regionali, giura che loro avrebbero votato per i tre mandati retroattivi. Martines e i suoi gridano al tradimento, proponendo due mandati retroattivi. La componente Marino sorride, perchè c’è un altro accordo, quello stretto con Serracchiani, per far passare la proposta “mariniana” di due mandati con deroga illimitata.

Il sindaco di Pordenone, Sergio Bolzonello, sbotta, chiede silenzio, lo ottiene. Viene illustrato l’emendamento “due mandati con deroga illimitata” e quell’emendamento, complice anche la fazione triestina dei bersaniani guidata da Roberto Cosolini, passa: 75 sì e 61 no. Tarcisio Barbo, presidente dell’assemblea, non contiene l’esuberanza democratica. Moretton non interviene mai, ma gongola.

Perchè la maggioranza composta da Serracchiani, componente Marino e un pezzo dei bersaniani ha 75 voti e per approvare lo statuto ne servono 81. Anche la segretaria Fvg lo sa e allora, su suggerimento del consigliere regionale Franco Codega, propone l’approvazione dello statuto, ma eliminando l’articolo 45. L’assemblea dice sì e a quel punto tutto è mescolato, ognuno vota lo statuto per conto proprio e lo statuto viene approvato, con 86 sì.

«Sono molto soddisfatta – afferma Serracchiani – volevo lo statuto e quello c’è. Il rinvio sul limite dei mandati ci consente di approfondire la questione, anche se, ci tengo a dirlo, quel pezzo di regionali che hanno giurato che avrebbero votato per i tre, a me non l’hanno mai detto. Approveremo quelle condizioni con un regolamento elettorale e non abbiamo fretta, si vota nel 2013».

A chiederle che limite proporrà, però, Serracchiani non lo dice. «Non faccio alcuna proposta, ragioneremo insieme su qual è il modo migliore per affrontare quel nodo», afferma Serracchiani. Durante l’ assemblea delle tensioni la segretaria era stata chiara: «Se lo statuto non passasse, non mi dimetto, perchè sono stata eletta da una rappresentanza diversa da questa assemblea». Perchè l’assise a tratti è parsa più come una conta tra chi sostiene Serracchiani e chi sostiene Moretton. E con gli scontenti per lo stop ai paletti dei mandati Serracchiani è netta. «Parlano i fatti: Moretton non ha portato a casa risultati, visto che – ripete Serracchiani – l’articolo 45 è stato eliminato e si apre una discussione nuova con un regolamento da approvare a maggioranza semplice, con meno cioè di 81 voti».

La componente Marino condivide, ma mastica amaro per un accordo saltato sul finale. Del limite di mandato, dunque, se ne riparlerà. Per il compiacimento dei regionali e dei bersaniani, che non vedono chiudersi patti che li avrebbero esclusi.

Messaggero Veneto del 1 marzo 2010

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Futuro

Secondo Penati l’esposto dei radicali a favore dell’ineleggibilità di Formigoni è “sbagliato perché mi indebolisce”. Forse non c’entra Errani in Emilia, ma avere un candidato che s’incazza perché altri hanno fatto il suo lavoro e adduce allo sbaglio nel rispetto delle regole, secondo me, non ha futuro.

Immagine anteprima YouTube

[Via Luca]

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In Piemonte si sceglie Fidel. Parola di scout!

I sei punti del “Patto per la famiglia e per la vita” firmato dal candidato leghista in Piemonte Roberto Cota spiegato in poche parole: 1) contrario all’aborto, 2) contrario al testamento biologico, 3) contrario alle coppie di fatto soprattutto se gay, 4) favorevole ad un sostegno per le giovani coppie se regolarmente sposate, 5) favorevole ad elargire bonus alle famiglie che scelgono la scuola libera cattolica, 6) (l’ultimo punto è una vera sciccheria) “Prenderò misure regionali, e sosterrò quelle del governo nazionale, che vigilino contro gli abusi sulle donne e sui minori, non tollerino le mutilazioni genitali femminili, l’avviamento alla mendicità e alla prostituzione da parte di organizzazioni malavitose, la poligamia e i matrimoni forzati, e prevengano l’imposizione del burqa e di altre forme di velo integrale a donne e ragazze che non desiderano portarlo.”

Se Cota riesce a portarmi un parlamentare (uno solo basta) che tolleri ufficialmente le mutilazioni genitali femminili, che si dica favorevole all’avviamento alla mendicità e alla prostituzione da parte della malavita, che sia a favore della poligamia e dei matrimoni forzati, e che approvi l’imposizione del burqa e il velo integrale alle donne che non desiderano portarlo – prometto ufficialmente che metterò una sua foto con la scritta “VOTA COTA!” su questo blog. Parola di scout!

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Un partito inusuale

L’informazione televisiva italiana ci ha ormai abituato che, parcondicionamente, parla del governo e dell’opposizione in modo assolutamente equo.
Ieri la Cassazione ha prescritto il reato di corruzione all’avvocato inglese David Mills nel processo che lo vedeva imputato, assieme a Silvio Berlusconi in quanto corruttore, nel caso All Iberian in cui l’avvocato inglese era accusato di aver creato 64 società estere offshore del group B very discreet per conto di Fininvest. Durante la presentazione del servizio sulla sentenza della Suprema Corte, il conduttore del TG1 delle ore 13 per ben due volte – durante i titoli e alla presentazione del servizio – dichiara che Mills è stato assolto e non che il reato è stato prescritto.

Ora, l’informazione italiana è quella che è, soprattutto quella televisiva la quale parla del governo e dell’opposizione in maniera assai equa: bene del governo e del premier, male dell’opposizione soprattutto se contraria al pensiero berlusconiano. Esattamente come negli anni d’oro del Tg4 di Fede, di cui sono tutti perfetti scolari, i tiggì Rai, quelli che in teoria dovrebbero essere imparziali e dare solo le notizie, fanno a gara per chi deve essere più filo-governativo tra loro. Per cui la notizia resa nota da Repubblica Tv, della quale il web si sta sbellicando dalle risate, alla fin fine non è il male peggiore, è solo la punta di un iceberg che riaffiora ogni qual volta i processi al presidente del Consiglio sfociano nell’assoluzione – o prescrizione, come in questo caso – o nella condanna.

Il  male peggiore, per come la vedo io, è l’assoluta incongruenza nel fare opposizione da parte del principale partito della sinistra italiana: quel Partito Democratico che dovrebbe creare l’alternativa ma che spesso genera stupore e incazzature. Il Ministro Alfano ha affermato che è “Legittimo chiedere la sospensione del processo al premier” come ribadito poco prima dall’avvocato del premier Nicolò Ghedini. La replica arrivata da Sant’Andrea delle Fratte è stata lapidaria: il Ministro ha usato “parole inusuali”.

Inusuale è la parola più idonea secondo il maggior partito d’opposizione italiano. Non hanno usato termini come “scandaloso”, “increscioso”, “inammissibile” o “indignati”: hanno preferito inusuale per chissà quale catartico motivo.

Capisco perfettamente che si voglia essere moderati più possibile senza cascare nella caciara politica, ma il vocabolario italiano contiene tante di quelle esclamazioni di sdegno e di stupore non offensive che si potrebbe scrivere un bignamino senza scadere nella retorica. Volendo potevano ricordare alcune frasi pronunciate da Berlusconi nei confronti di Mills e delle società All Iberian: “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario“. “Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia“.

La Cassazione ha confermato che il reato c’è stato, Berlusconi conosceva Mills e soprattutto sapeva di All Iberian, quindi la prescrizione dell’avvocato inglese non certifica che non sia stato corrotto dal premier, anzi, afferma ancora una volta che Berlusconi sapeva tutto ed era a capo dell’intera faccenda. Mills non viene condannato perché il reato è prescritto in quanto sono passati 10 anni dalla data della corruzione, ovvero dal novembre del 1999: dieci anni e due mesi.

Per il Partito Democratico le immotivate, assurde, incomprensibili e stralunate parole di Alfano sono semplicemente inusuali, come probabilmente saranno inusuali le prossime leggi ad personam che il presidente del Consiglio sta per far approvare in Parlamento. Speriamo almeno cambino presto l’addetto stampa.

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