Al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato per una crisi respiratoria, ieri è morto Francesco Cossiga, uno che negli ultimi cinquant’anni ha fatto della Repubblica ciò che voleva.
Cossiga ha raggiunto in tutta la sua carriera politica molti traguardi e tanti record che difficilmente potranno essere raggiunti o superati.
Nato a Sassari nel 1928, è stato il più giovane sottosegretario alla difesa durante il governo Moro del 1966, il più giovane ministro degli Interni nel ’76, il più giovane presidente del Senato nel 1983 e infine il più giovane presidente della Repubblica nel 1985. La sua carriera è stata frastagliata da scandali e accuse nei suoi confronti.
Gladio.
Durante la Guerra Fredda esisteva un’organizzazione segreta della Nato il cui nome era Stay Behind Net. In Italia si chiamava Gladio e la delega, nel 1966, la ricevette il sottosegretario alla difesa Francesco Cossiga.
Lo scopo principale dell’organizzazione Gladio era di contrastare una possibile invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e dei paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio e di guerriglia dietro le linee nemiche. La Nato era consapevole infatti che le truppe stanziate in Europa occidentale non erano sufficienti a respingere una invasione dell’Armata Rossa in un conflitto diretto senza ricorrere all’uso delle armi nucleari, dunque crearono in ogni Paese una struttura segreta che facesse da controvalore informativo per tutti gli alleati.
In Italia fu accertato successivamente che l’unico referente politico era Cossiga, e quando nel 1990 Andreotti rivelò alla Camera l’esistenza di Gladio perché con la caduta del muro non aveva motivo d’esistere tale segretezza, si scatenò il classico assalto alla diligenza con tutto ciò che ne conseguì.
Si diceva che Gladio venisse sovvenzionata direttamente dalla Cia, e che tali sovvenzioni fossero all’oscuro del Parlamento, quindi fuori da ogni regola. Venne pubblicato un elenco di 622 “gladiatori”, ufficialmente tutti i partecipanti, dalla fondazione allo scioglimento dell’organizzazione. Tuttavia, questa lista è stata considerata incompleta, sia per il ridotto numero di uomini, ritenuto troppo basso rispetto ai compiti dell’organizzazione estesi in quasi 40 anni, sia per l’assenza nella lista di alcuni personaggi che da indagini successive (e in alcuni casi per loro stessa ammissione) avevano fatto parte dell’organizzazione.
In una delle tante inchieste parlamentari che si succedettero per capire cosa fosse realmente Gladio e quale fosse la sua natura, Luigi Tagliamonte, capo dell’ufficio amministrazione del SIFAR e, successivamente, capo dell’ufficio programmazione e bilancio del comando generale dell’Arma dei Carabinieri, relativamente ad una base di addestramento di Gladio dichiarò:
«Sapevo che presso il Cag (il Centro addestramento guastatori di Punta Poglina a Capo Marrargiu, pochi chilometri a sud di Alghero) si effettuavano dei corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, all’uso degli esplosivi al fine di impiegare le persone addestrate in caso di sovvertimenti di piazza, in caso che il PCI avesse preso il potere. Tanto sapevo io trattando pratiche di ufficio al Sifar e relative al Cag. Oggi penso, riportandomi ai miei ricordi, che la citazione della eventuale invasione del nostro Paese, a proposito della necessità della struttura ove era incardinato il Cag, era un pretesto […] Il mio pensiero, testè formulato, deriva dal contenuto dei contatti che avevo con il Maggiore Accasto e con il Capo Sezione CS Aurelio Rossi i quali, senza scendere nei dettagli, mi rappresentavano che il Cag esisteva per contrastare eventuali sovvertimenti interni e moti di piazza fatti dal Pci»
Per anni si è sospettato che Gladio fosse a capo nei tanti “delitti di Stato”: Ustica, il sequestro Moro (si deduce da alcuni memoriali dello statista ucciso dalle BR), il terrorismo di destra e di sinistra durante gli anni di piombo…
Nel 2000 il rapporto del Gruppo “Democratici di Sinistra-L’Ulivo”, stilato in seno ad una Commissione parlamentare, concludeva che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Stati Uniti d’America per
“impedire al PCI, e in certo grado anche al PSI, di raggiungere il potere esecutivo nel paese”, identificando anche i Nuclei per la Difesa dello Stato non come un gruppo autonomo, ma come una delle operazioni portate avanti da Gladio con questi scopi.”
Ad ingarbugliare ancor di più le carte ci pensò lo stesso Cossiga nel suo libro “La versione di K”, in cui scrive:
“Mi ha risposto (Andreotti, ndr) che, ormai caduto il Muro di Berlino, non vi era più alcuna ragione per non raccontare come stavano davvero le cose. Tanto più, aggiunse, che aveva concesso al pm veneziano Felice Casson […] il permesso di andare a vedere negli archivi dei Servizi Segreti: a quel punto c’era poco da sperare che non avrebbe ricostruito tutto”
Mentre Cossiga voleva riconoscere il valore storico dei gladiatori così come avvenne per i partigiani, il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ebbe a scrivere:
«[...] se in sede giudiziaria un’illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi…».
Secondo Cossiga ci sarebbero stati due ministri della Margherita del governo Prodi II nell’Organizzazione Gladio.
Ministro degli Interni.
Nel marzo del 1977, quando era ministro degli Interni, ci furono a Bologna durissimi scontri tra studenti e forze dell’ordine; Cossiga mandò nel capoluogo emiliano i blindati M113 per sedare le sommosse studentesche in cui venne ucciso il militante di Lotta Continua Pierfrancesco Lorusso, a seguito di ulteriori scontri, la polizia fece fuoco sul Ponte Garibaldi e uccise Giorgiana Masi. I compagni della Masi mostrarono vari striscioni col nome del ministro scritto con la K e la doppia SS nazista.
Nel 2007, durante un altra rivolta studentesca, consigliò al presidente del Consiglio Berlusconi di attuare la tattica dell’infiltrazione e “dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri” affermando di averlo già attuato egli stesso nel ’77 durante gli scontri bolognesi. Cossiga sapeva che il reato era caduto in prescrizione.
Il sequestro Moro.
Nel 1978, durante il sequestro Moro da parte delle Brigate Rosse, creò due comitati per la soluzione della crisi, uno ufficiale ed uno “ristretto”. In entrambi i comitati facevano parte molti membri della Loggia P2, di cui anche Licio Gelli sotto il nome falso di “ingegner Luciani”. Dei comitati Cossiga chiamò a farne parte anche il criminologo Franco Ferracuti e il professor Steve Pieczenik, specialista americano in sequestri politici. Ci furono delle fughe di notizie nelle quali si supponeva che le BR sapessero delle discussioni fatte all’interno del comitato. Pieczenik fece in modo di ridurre via via il numero dei partecipanti alle riunioni del gruppo: rimasero alla fine solo Pieczenik e Cossiga. Nel 1994, in un’intervista, lo statunitense affermò: «la falla non accennò a richiudersi». Cossiga in seguitò non smentì, ma parlò di «cattivo gusto».
Cossiga fu l’artefice della linea della fermezza e non aprì mai una trattativa con i sequestratori per il rilascio di Aldo Moro, il quale, durante i giorni di prigionia, scrisse più volte delle lettere a Cossiga e in una di queste dichiarava:
«esiste un problema, postosi in molti e civili paesi, di pagare un prezzo per la vita e la libertà di alcune persone estranee, prelevate come mezzo di scambio. Nella grande maggioranza dei casi la risposta è stata positiva ed è stata approvata dall’opinione pubblica».
In seguito alla morte dello statista DC, trovato crivellato all’interno di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani, Cossiga diede le dimissioni da ministro degli Interni, e in una dichiarazione ai giornali disse:
«Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro».
Presidente del Consiglio.
Nel 1979, un anno dopo le dimissioni da ministro degli Interni, Cossiga venne eletto presidente del Consiglio. Nel 1980 il PCI propose la messa in stato d’accusa per “favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio”.
Cossiga venne sospettato di aver passato informazioni al senatore e compagno di partito Carlo Donat Cattin sul figlio Marco, militante dell’organizzazione terroristica “Prima Linea”, consigliandolo per l’espatrio. Il Parlamento votò contro la procedura di stato d’accusa a Cossiga, non prendendo in considerazione le parole di uno dei primi pentiti del terrorismo italiano Roberto Sandalo, detto “piellino canterino”, ritenendo infondata l’accusa al presidente del Consiglio. Negli anni scorsi Cossiga ha confermato di esserne il colpevole durante un intervista al Corriere, ma anche in quel caso il reato era già prescritto.
Nel 1983 venne eletto Presidente del Senato.
Presidente della Repubblica.
Il 3 luglio del 1985 venne eletto presidente della Repubblica al primo scrutinio (mai accaduto finora) con un plebiscito di voti: 752 su 977, con il consenso, oltre che della DC, anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra indipendente.
La presidenza Cossiga è storicamente divisa in due fasce ben distinte tra loro: la prima da classico Garante della Costituzione (del resto era docente di diritto costituzionale); la seconda, negli ultimi due anni del settennato, da “picconatore”. Il primo vagito indipendente fu la richiesta di una commissione che chiarisse il ruolo del capo dello Stato nel caso avesse dovuto conferire poteri di guerra al Governo. Nacque la “Commissione Paladin”.
A seguito della caduta del muro di Berlino, Cossiga era convinto – a ragione – che il sistema politico italiano andava cambiato. In questo cambiamento strutturale e politico, i partiti che ne avrebbero subito le più gravi conseguenze erano la DC e il PCI, dunque erano i più restii al mutamento funzionale, quindi si rifiutavano di riconoscerlo. Da quel momento iniziò la fase di contrapposizione tra Quirinale e forze politiche. Ciò rese possibile la grande esposizione mediatica del presidente della Repubblica, tanto che fu definito “il grande esternatore” con lo scopo completamente autoctono di dare delle “picconate al sistema”. Da qui l’appellativo “il picconatore”.
Era convinto che il tempo del grande comunismo italiano era finito, e che la tolleranza verso l’alleato americano aveva un che di malefico tanto che fu l’unico politico italiano a partecipare alla prima seduta del Bundestag dopo la riunificazione delle due Germanie. Ciò contrappose il sistema classico al suo sistema riformista, il quale portò ad un interessamento – con tanto di interferenze pesanti ma inutili – della Cia nel governo italiano con lo scopo di impedire la presidenza Andreotti a Palazzo Chigi per le sue politiche filo-arabe.
Se da un lato il riformismo cossighiano fu lungimirante in base ai tempi, non si può discernere dalle continue esternazioni verso chiunque si metta di traverso alla sua politica. A subirne le conseguenze fu anche il giudice di Caltanissetta Rosario Livatino, chiamato sprezzantemente ”il giudice ragazzino”:
«Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? … Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.»
Rosario Livativo fu ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990 ad Agrigento, e Cossiga non si scusò mai per quelle affermazioni.
Cossiga si dimise da presidente della Repubblica due mesi prima della naturale scadenza, a seguito della richiesta d’impeachment da parte del Pds (ma non dell’attuale inquilino del Quirinale, Giorgio Napolitano) firmata tra l’altro da Ugo Pecchioli, Luciano Violante, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando, Diego Novelli. La Commissione parlamentare diede parere negativo ritenendo infondate le accuse mosse a Cossiga. Anche la Procura di Roma richiese l’archiviazione a favore del picconatore, archiviazione che nel luglio 1994 fu accolta dal tribunale dei ministri.
Nel suo libro “La versione di K” Cossiga scrisse:
“il Partito comunista sapeva dell’esistenza di un’organizzazione segreta con le caratteristiche di Gladio. Lo dico perché ne fui informato da Emilio Taviani. Perché i comunisti lanciarono comunque quella campagna e perché inserirono i fatti di Gladio tra le accuse che portarono alla richiesta di incriminazione nei miei confronti? Credo di avere la risposta. Quello dei comunisti fu fuoco di controbatteria: era da poco crollato il Muro di Berlino e temevano che potessero arrivare da quella parte notizie di chissà che genere sul loro conto; quindi, per evitare di trovarsi in imbarazzo, cominciarono a sparare nel mucchio. E io, fui colpito per primo in quanto presidente della Repubblica” .
Altre fonti dicono invece che Andreotti rese pubblica Gladio per far fuori l’inquilino del Quirinale perché ritenuto ormai scomodo e fuori controllo. Il 25 maggio al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, fino a quel momento le funzioni presidenziali furono assolte dall’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini.
Nel novembre del 2006 Cossiga rassegna le dimissioni da senatore a vita perché «ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale». Nel gennaio dell’anno successivo, il Senato respinge le dimissioni con 178 voti a 100.
Nel 1994 e nel 2008 vota la fiducia al Governo Berlusconi, mentre nel 2006 e nel 2007 fece la stessa cosa per il Governo Prodi.
A 82 anni è morto Francesco Cossiga, politico che più di ogni altro – probabilmente meno solo ad Andreotti – conosceva i segreti e i tradimenti della politica italiana verso il paese e i suoi cittadini.
Lascia quattro lettere personali indirizzate al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al presidente del Senato Renato Schifani e al presidente della Camera Gianfranco Fini. Nessun testamento pubblico sui fatti politici degli ultimi 50 anni è stato trovato – e se ci fosse non verrà mai divulgato -, per cui non sappiamo ancora oggi cosa sia successo effettivamente in tutte le stragi italiane degli ultimi decenni.
La camera ardente è strapiena di gente famosa e di gente comune.
Io non sono affatto dispiaciuto per la dipartita di uno dei personaggi meno rappresentativi della nostra Italia, sono dispiaciuto, semmai, di non avere ancora scoperto, a 40 anni, chi sono i mandanti delle più ingloriose vicende terroristiche del nostro paese.
E probabilmente mai lo scoprirò.








