Articoli con tag Travaglio
Clima d'odio
Scritto da Jack in Personaggi inutili il 15 dicembre 2009

“La mano di chi ha aggredito Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio: ognuno si assuma la propria responsabilità. A condurre questa campagna è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, dal mattinale delle procure Il Fatto, dalla trasmissione di Santoro Annozero e da quel terrorista mediatico di nome Travaglio”.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera del PdL
Senza speranze
Si sta arrivando al punto che ogni cosa che riguarda Berlusconi sia un fatto, una prova inconfutabile e diventi sempre un elemento a carico della Magistratura per inchiodarlo. Spesso è vero ma molto più spesso non lo è. Ci si deve chiedere, oggi più che mai, perché il giornalismo cosiddetto “giustizialista” – quello di Travaglio e Padellaro ad esempio – dia per scontato che le congetture, nel momento in cui vengono portate alla stampa o sul web, diventino pura verità assoluta la quale nessuno può smentire, perché sembra siano loro gli unici garanti della verità.
È il caso di un post di Sandro Gilioli oggi sul suo blog (il grassetto è mio): “continuano a saltare fuori i pizzini passati da Provenzano al defunto sindaco mafioso Vito Ciancimino. Ieri ne è uscito uno del 2000 in cui Provenzano scriveva a Ciancimino: «Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione (…) hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo». E chi era quel senatore? Ovvio che nessuno può dirlo, ma tutti pensano a uno stretto collaboratore del premier già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. E poi da Palermo potrebbe uscire altro. Tipo? Il pentito Gaspare Spatuzza testimonierà presto al processo d’appello a Dell’Utri. Spatuzza ha già messo a verbale la dichiarazione secondo cui il suo boss, Graviano, nel ‘94 gli aveva detto che Berlusconi si era accordato con la mafia per un patto politico-elettorale tra Cosa Nostra e Forza Italia, intermediario lo stesso Dell’Utri. E quindi? E quindi con queste previsioni a Berlusconi la legge sul processo breve rischia di non bastare più. Per stare tranquillo, avrebbe bisogno dell’immunità. [...] Quindi in questi giorni c’è chi (come uno degli avvocati di Berlusconi, Gaetano Pecorella) ha ipotizzato una “legge-ponte” che metta al riparo il premier in attesa di una modifica della Costituzione“
Si tratta del solito vizietto del “sentito dire-tutti pensano- avrebbe detto-avrebbe bisogno-ha ipotizzato”. Ma le prove devono trovarle gli inquirenti, fin quando non ci saranno queste prove, tutto ciò che si dirà in giro saranno solo falsità perché, fino a prova contraria, si è innocenti fino a quando non viene dimostrato il contrario. Quindi la verità assodata da Gilioli, ma anche dai Travaglio e dai Padellaro di turno, non troveranno spazio per il dibattito ma solo caciara mediatica pronta a tutto pur di spargere sangue nell’arena dei contraddittori.
Tutto per fare più abbonati per il proprio giornale o far arrivare più lettori ai propri blog: del resto essere primi nella classifica di BlogBabel ha il suo prezzo no?
L'antipatico
La selezione è finita. Sarà Maurizio Belpietro il controcanto di Annozero, l’ambasciatore in Rai di Silvio Berlusconi, il Vittorio Feltri del video. Ci sono le condizioni, perché X-Factor sta per chiudere e la prima serata di mercoledì è pronta e (pure) servita al Pdl. Ci sono le risorse, perché avrà venti giornalisti e casse senza fondo. Ci sono le pressioni, perché Berlusconi ha chiesto a Mauro Masi uno sforzo se vuole conservare il posto da direttore generale. Altrimenti salta: “Dobbiamo correre ai ripari. Subito”. E per ripararsi bene affideranno una trasmissione a Belpietro, il difensore televisivo preferito ad Arcore, forse già dal 9 dicembre su Rai Due, un paio di ore per smontare alla vigilia la puntata di Annozero. La controffensiva deve consumarsi in Rai perché a Mediaset non avrebbe credito, ma le due emittenti – concorrenti in apparenza – possono unirsi e fondersi per armare l’artiglieria di destra. Belpietro randellerà di mattina su Canale 5 con il consueto Panorama del giorno e completerà l’opera sull’azienda pubblica con l’Antipatico. Il titolo – già in uso dal Biscione – sancirebbe la nascita di “Raiset”.
Il presidente del Consiglio è deluso da Massimo Liofredi: aveva due compiti precisi, zittire Annozero e Marco Travaglio. Entrambi falliti. E dunque Liofredi è stato scavalcato da Antonio Marano, vicedirettore di rete, la spalla ideale di Masi per confezionare un progetto e presentarlo presto in consiglio di amministrazione Rai. Masi e Marano hanno preparato un’accurata strategia per blandire e compattare i rappresentanti del centrodestra in Cda. Un manuale Cencelli per la tv di Stato. Gli ex di An saranno accontentati, avranno in studio Pietrangelo Buttafuoco. Alla Lega hanno promesso 10 serate e 600 mila euro per Gianluigi Paragone e un’altra edizione di Malpensa Italia da gennaio, un contenitore di federalismo applicato alla tv. Il voto della Lega sarà determinante, il consigliere Giovanna Bianchi Clerici era l’unica assente il giorno del rinnovo del contratto di Bruno Vespa. Il programma di Belpietro potrebbe – secondo fonti Rai – imbarcare Maurizio Costanzo, presto prepensionato da Mediaset. Il Maurizio Costanzo Show sta per chiudere la serie dopo 25 anni, l’eredità è in prelazione per Alfonso Signorini, il tuttofare della Mondadori: direttore di Chi e Tv Sorrisi e Canzoni e opinionista ufficiale di cronaca rosa. Signorini ha curato le verità del premier: la Noemi illibata, l’intervista per frenare Veronica Lario, il filmato su Piero Marrazzo. Il materiale esplosivo è un’esclusiva del rotocalco di famiglia.
L’Antipatico sarà l’Annozero di destra e dunque avrà il suo Travaglio: Filippo Facci, già editorialista di Libero e altro volto di Mediaset. La Rai potrebbe accorciare la stagione di Annozero, un espediente che Liofredi dovrà utilizzare per giustificarsi dell’eventuale sforo nel bilancio, un favore gradito a Berlusconi, anche se in differita. L’alchimia giusta è stata trovata da Masi nelle ultime ore, nonostante Monica Setta si sia sottratta al giochino di corte. La conduttrice de Il Fatto del giorno ha rifiutato l’offerta di Liofredi, non vuole affiancare Belpietro. Altro smacco per il direttore: “Mi hanno tirato in ballo nelle risse del centrodestra – spiega la Setta – a proposito della creazione di un anti-Santoro al femminile, ma io non ci sto. Stimo Santoro. Non faccio giornalismo schierato, se avessi voluto prendere le parti politiche di uno dei due poli, avrei lasciato il mio mestiere e mi sarei candidata. Ho ricevuto critiche da destra pur avendo portato il mio programma, in una fascia oraria che totalizzava il 2,5%, al 9,16% cioè un milione e 400 mila spettatori. E’ vero che farò una seconda serata – è scritto anche nel mio contratto sarò sola e voglio approfondire le tematiche femminili”. Nessun rischio per l’Antipatico.
(Da Il Fatto Quotidiano n°36 del 3 novembre 2009)
Non mi è piaciuto
Nel suo ultimo intervento Travaglio ha detto “, a meno che il governatore fosse un tossicodipendente il cui rapporto con la cocaina lo rendesse inadatto a fare il governatore, ma allora immaginate quanti uomini politici e pubblici amministratori dovrebbero lasciare il loro posto.”
Mi auguro che la frase da me evidenziata fosse un esempio di quanto faccia schifo il politico medio e non una giustificazione…..
Non si capisce un "casso"
Travaglio, nel suo ultimo intervento, riporta l’opinione di Lorenza Carlassare “una bravissima costituzionalista” che insegna a Padova. Nulla di male, se non fosse per il fatto che l’intervento è costellato da commenti di Travaglio, che rendono impossibile la lettura, figurarsi l’ascolto.
Tanto valeva mettere il link all’articolo, ovvero questo.
Annozero?
Cari amici, sono Michele Santoro e ho bisogno del vostro aiuto. Mancano pochi giorni alla partenza e la televisione continua a non informare il pubblico sulla data d’inizio di Annozero. Perciò vi chiedo di inviare a tutti i vostri amici e contatti su Internet gli spot che abbiamo preparato a questo scopo e che non vengono trasmessi.
Il bavaglio all'informazione
Milena Gabanelli azzoppata. Sotto pressione per il tentativo di mandare in onda il suo “Report” su Raitre senza rete di protezione legale da parte di viale Mazzini. Marco Travaglio in discussione. Ancora privo di contratto, a meno di essere trattato nel programma ? Anno zero” di Michele Santoro su Rai Due non da editorialista come gli anni precedenti ma da ospite all’interno di un contraddittorio. Questo, e non solo, lato Rai. Poi: Telecom, nella gara definita dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e dal vice ministro Paolo Romani per l’assegnazione dei due multiplex per i programmi in digitale terrestre, è stata messa sullo stesso piano dei colossi Rai e Mediaset che probabilmente vinceranno.
Secondo gli esperti ci sarebbero tutte le ragioni per fare ricorso. Ma finora la società guidata da Franco Bernabè, manager non proprio organico alla corte di Arcore e non saldissimo in sella, ha preferito evitare di farlo. La spada di Tarak, invece su La7. Ovvero l’aleggiare del tacito interesse di Tarak Ben Ammar, letto da molti come una sorta di diritto di prelazione da parte di un uomo potente piazzato nei cda della stessa Telecom e nella Mediobanca di Cesare Geronzi (un tempo era stato anche consigliere di Mediaset nonché testimone in difesa di Berlusconi nei processi di Mani Pulite) e allietato da un portafoglio di amicizie pesanti: dal Cavaliere a Massimo D’Alema fino a Rupert Murdoch. Segnali dell’inizio di una stagione che si annuncia a dir poco incandescente. Per non parlare di Sky sotto tiro da dicembre, tra rialzo dell’Iva deciso dal governo e il divorzio non consensuale dalla Rai, a causa del suo successo italiano tale da portare James Murdoch, il figlio dello Squalo, a presidiare il territorio con una presenza sempre più assidua. Scene di una stagione probabilmente da manuale, nel senso di un trattato più militaresco che storico. Tappe di un’avanzata mediatica che non sente neanche il dovere di camuffarsi. Un autunno da ricordare come la manifestazione della brama di un controllo sui gangli dell’informazione e della televisione sfacciata come mai prima d’ora. Dove le poche free zone rimaste di reti, telegiornali, emittenti, società di Tlc fanno fatica a sottrarsi all’influenza ambientale, persuasiva e economica dell’inquilino di Palazzo Chigi. Forse perché nel terzo governo Berlusconi, la comunicazione sta definitivamente prendendo il posto della politica. Ed è su questo tavolo, su questo sistema che si giocherà la grande partita del Cavaliere. Non sull’azione ma sulla rappresentazione.
Questo è quello che ha scritto l’Espresso il 3 settembre scorso, ma non è solo la Tv pubblica a dover fare i conti con un premier mangia tutto: La7, la Tv privata della Telecom la quale si credeva fosse fondamentalmente libera è anch’essa nel mirino del presidente del Consiglio; i giornali sono per la maggior parte di destra (Il Giornale, Libero, Il Foglio di proprietà del gruppo Berlusconi, e poi il Corsera con larga partecipazione di Mediobanca – dove nel CdA siede Marina Berlusconi – La Stampa col neo direttore Calabrese ritenuto “vicino” alle idee del premier, il trio di QN da sempre vicino a Berlusconi…) mentre i pochi rimasti illesi dal dominio del cavaliere sono sempre sotto attacco, legalmente e illegalmente, perché scomodi.
A questa lista vanno aggiunte le banche, Mediobanca in testa, le quali sono quasi tutte in affari col gruppo Berlusconi e quindi non finanziano i progetti dei media concorrenti; le istituzioni sono in mano ai partiti – anzi “al” partito libero – quindi si fa tutto in casa.
Praticamente in Italia siamo arrivati al regime mediatico: dove la dittatura non può nulla perché sarebbe controproducente per la nostra economia, a quel punto arriva il presidente operaio che fa incetta dell’informazione mainstream. Però guai a dire che in Italia non c’è libertà d’informazione. Si rischia la denuncia!
Il caso Catania
E’ incominciato, a Roma, il dibattimento pel processo – diffamazione a mezzo stampa – a carico di Marco Travaglio, Giuseppe Giustolisi, e Paolo Flores d’Arcais: autori, i primi due, dell’articolo “ Arrivano i catanesi”, apparso su “MicroMega” (3/2006); e direttore, il terzo, di quella rivista. Il querelante, costituitosi parte civile, è il dott. Giuseppe Gennaro, Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Catania, già membro del Csm (’94-’98), e due volte Presidente dell’Anm (’99 e 2006). Nonostante la grandissima notorietà delle parti, nessun giornale ha dato notizia del processo: neanche i giornali siciliani, malgrado la causa abbia ad oggetto il filone principale del cosiddetto “ Caso Catania ”, scoppiato sul finire del 2000 e mai venuto ad effettiva chiusura. A rompere il concorde, universale silenzio non è valso nemmeno il colpo di scena che si dice abbia segnato l’udienza.
L’ampiezza dell’autocensura dimostra come sia risibile l’additare nel “monopolio” dei media locali, tutti nelle stesse mani, il responsabile unico della non-informazione o disinformazione su Catania. Il monopolio è infesto, ma non è, esso, il problema. Anche concentrata come ora, l’informazione locale, stampata e televisiva, non potrebbe né tacere fatti importanti, né mettere in circolazione notizie mendaci, se i media a diffusione nazionale non praticassero come una religione, esigente ed estremista, l’evitamento della questione catanese, della vera questione, che è madre di tutte le altre. A Catania arrivano inviati di quotidiani e settimanali, ma solo per “raccontare” di Scapagnini e del dissesto, come opera di Scapagnini soltanto: “racconto” consentito e plaudito, come i libri permessi delle biblioteche parrocchiali di un tempi; ma senza accenni, assolutamente interdetti, né alla corresponsabilità, nel dissesto, di amministrazioni precedenti (che si tratta, anzi, di estollere al cielo) né quelle, fondamentali, della mancata repressione degli abusi. Se le grandi testate non praticassero rigoroso silenzio su Catania, e sulla vera questione catanese, che è quella della Giustizia, diverso sarebbe anche il comportamento, nei confronti dell’area etnea, del Csm, e del Ministero della Giustizia, e della Commissione Antimafia; diverso del pari quello dell’Ufficio che da Catania risponde a richieste del centro, di ragguagli e valutazioni.
Come si spiega l’autocensura generalizzata del giornalismo nazionale? è la politica locale a volerla, unanime sul punto, e forte di superbe proiezioni sul piano nazionale? sono, insieme con essa, grandi interessi? è, con l’una e con gli altri, una forza inafferrabile, che ama l’ombra? E quant’è, nei protagonisti dell’autocondanna al silenzio, la mancanza di vocazione al combattimento per la verità, l’indifferenza al pubblico bene, la libido adsentandi?
Lasciamo ad altri la risposta, per restringerci ad alcune constatazioni. Questo coro di mutismi; questo sistema perfetto di silenzi concorrenti, è presidiato da molteplici dispositivi di blocco delle rarissime trasgressioni. Isolamento delle voci, dissuasione dal continuare, repressione giudiziaria, messa in moto da qualcuno degli “offesi”. Proprio “MicroMega”, colpevole, nel 2001, di un intollerabile articolo di Antonio Roccuzzo, è stata indotta, per anni, al silenzio, e adesso, improvvisamente relapsa, come un’eretica tornata all’errore, è minacciata di rogo giudiziario. E intanto una specie di vuoto pneumatico è stato fatto, sin dall’inizio, attorno all’articolo di Travaglio e Giustolisi, che nessuno ha ripreso.
Anche nel campo opposto, della pubblicistica di Destra, alla disobbedienza ha fatto séguito il ricorso di magistrati alla magistratura : isolato, e senza fiducia, “Il Giornale” si è arreso, almeno una volta. L’armata giornalistica, tacitamente attendata intorno a Catania, garantisce ai potenti del luogo la libertà di calcarla, e garantisce a forze esterne o quella di negarsi alle invocazioni di aiuto e per giunta di intervenire, ma in appoggio a coloro che dovrebbero essere fermati.
Se Catania è una città pestiferée – viene alla mente, con forza, il romanzo di Camus – il cordone di silenzio che la cinge è fatto perché il male non cessi; è fatto contro i Rieux che vorrebbero combatterlo: non per illusione di vincerlo, ma per l’onore del luogo. Ne conosciamo taluni, che scrivono, invitti, su fogli di poche pagine, dalla diffusione a tre cifre, a volte conquistandosi con fatica quello stesso spazio; ne conosciamo, e teniamo ad onorarli : chapeau bas, galantuomini di Catania, davanti a questi nostri concittadini che non cessano di testimoniare per la verità, a loro personale rischio e pericolo!
L'altro fatto
Qualche settimana fa Sansonetti presentava, vantandosi non poco, il suo nuovo giornale “L’Altro” come il non plus ultra della libera informazione perché non ostentava finanziamenti pubblici. La moda di non godere dei nostri soldi per fare dei giornali scadenti ha preso la mano a molti. Proprio settimana scorsa anche Padellaro e Travaglio hanno presentato “Il Fatto”: il nuovo giornale fatto senza un soldo dallo Stato, in cui le firme eccellenti, oltre a Padellaro e Travaglio, sono Furio Colombo e Maurizio Chierici.
Le cose sono due: o la mania di sfornare giornali di carta sta dilagando nel paese alla faccia della crisi del cartaceo, oppure alcuni giornalisti non riescono a trovare nemmeno un editore che li assuma e quindi arrabattano finanziatori – tassativamente non pubblici, al massimo fessi – per stampare il loro azzeccatissimo nuovo lavoro giornalistico. Delle due l’una. Io scelgo la seconda
Ah: se il sito dell’Altro è improponibile come giornale, il sito del Fatto è ancora in chiaro.
[Via Dario]
Stato di dovere e informazione di sistema
Mi rendo sempre più conto che nel nostro Paese esiste un oscurantismo consapevole. In Italia si dice si scrive e molto spesso lo si crede pure, che viviamo in uno Stato di Diritto. Lo crediamo perché la Costituzione ci dice proprio questo, le leggi fatte finora ci indicano chiaramente che è così. Ma non è più vero! Era così fino a qualche decennio fa.
Quando nel ‘94 Berlusconi vinse le elezioni e diventò per la prima volta Presidente del Consiglio, gettò le basi per una sua personalissima e privatissima Italia. Sappiamo tutti come finì quel Governo. Ma per il Cavaliere fu una manna dal cielo: non avrebbe mai capito come comportarsi in politica se quel suo primo governo fatto fuori per mano della Lega, non fosse caduto in quell’esatto contesto politico. Già nel successivo governo iniziò a “plasmare” il Paese: il primo esempio di leggi ad personam, le prime leggi a favore del conflitto d’interessi, le prime leggi per avere un ottimo ritorno al potere quanto prima, etc.
Oggi, con la larghissima maggioranza che si ritrova, ha definitivamente chiuso il discorso sullo “Stato di Diritto”. La Costituzione non è stata cambiata, leggi che che mutano diritti e doveri dei cittadini non ne sono state scritte, ma chissà come mai, l’aria che IO respiro, è quella di uno “Stato di Doveri” e non più l’ebrezza profumata di uno Stato di Diritto. Però i diritti e i doveri dei cittadini verso lo Stato e la comunità non sono cambiati, è cambiata la sensazione di averli. Non avere diritti ma solo doveri. Preciso meglio: avere pochi diritti e molti doveri.
Ieri sera su Annozero si parlava di giornalismo e libertà di stampa. Santoro ha detto una cosa che fino a quel momento non avrei mai creduto possibile: non è Berlusconi il problema, ma è il sistema che è cambiato adeguandosi alla politica del dovere. Naturalmente quest’anno si ci è messa anche un opposizione evanescente, quasi inesistente – a parte Di Pietro e paradossalmente la Lega -, e questo ha fatto in modo che gli obbiettivi di Berlusconi si concretizzassero nei primi mesi di governo, e non durante tutto l’arco della legislatura. La trasmissione di Santoro come detto era incentrata sul giornalismo, e la ricorrenza era evidentemente il centenario della nascita di Indro Montanelli. Ne è nato un dibattito abbastanza interessante proprio per il discorso che facevo prima.
Si discuteva che il giornalismo di 20 o 30 anni fa era più coraggioso di quello attuale, che nel nostro Paese i giornali sono al servizio del potere ma se il potere critica l’operato di un giornalista, oggi è molto più difficoltoso censurarlo. È tutto vero, ma bisogna fare dei distingui importanti.
Se trent’anni fa un cronista “coraggioso” aveva una notizia bomba su un politico di un certo peso, si poteva essere quasi certi che l’indomani il giornale usciva con la prima pagina esplosiva. Ma era facile anche il contrario. Se il politico in questione veniva a sapere di essere stato scoperto PRIMA della pubblicazione, è chiaro come il sole che faceva pressioni sull’editore, l’editore sul direttore, e si finiva con l’articolo censurato e spesso anche il giornalista aveva l’out-out. Chi avrebbe mai saputo della fine di un ottimo scoop e di un ottimo giornalista che faceva al meglio il suo mestiere?
Secondo distinguo. Tutti i giornali sono schierati politicamente. Fin quando i giornali verranno sovvenzionati con soldi pubblici, potremmo star certi che stampa e politica andranno sempre a braccetto e a coprirsi l’un l’altro.
Terzo distinguo. Oggi è più difficile censurare un giornalista. Oggi con Internet il cittadino ha molte più possibilità di tenersi informato e di sapere molte più cose rispetto a 20 o 30 anni fa. Ma la censura esiste ancora, anzi è molto più forte di prima. Vi faccio alcuni esempi: ultimamente avete letto di qualche caso di corruzione politica, o di qualche caso di malasanità dove era interessato lo staff del Ministro della Sanità, o di qualche caso che si avvicina anche lontanamente a Mani Pulite? Naturalmente no. Ormai al massimo salta qualche Governatore dell’Italia centrale, qualche sottosegretario sconosciuto di un Ministro senza portafogli o giù di li. I giornali sono pieni di scandali da seconda serata televisiva, tipo le scappatelle del premier con qualche velina diventata Ministro, delle sue gaffe agli incontri internazionali, delle leggi ad personam che si è fatto appena insediato. Nient’altro: solo piccole cose rispetto a tutto quello che – probabilmente, sicuramente – è successo sotto banco.
La stampa italiana è diventata “informazione di sistema” ed è uniformata alla maggioranza che governa in quel momento. Non è uniformata a Berlusconi, ma proprio a tutti i governi eletti. Travaglio ieri sera, nel suo consueto monologo, tesseva le lodi di Montanelli accusando Berlusconi di aver violato la legge Mammì intervenendo ad una assemblea dei redattori de Il Giornale quando, proprio per quella legge, non poteva presenziarvi. Fondamentalmente tutto quello che dice Travaglio son cose vere, però, frequentando così spesso Grillo sta acquisendo il suo stesso modo di comunicare. Come il suo amico tende a fare monologhi a prova di contraddittorio, e quando qualcuno si oppone, o risponde per le rime, cade in una specie di epilessia comunicativa. Ieri sera è stata la volta di Belpietro, direttore di Panorama ed ex direttore del Giornale di Berlusconi che fu di Montanelli. Belpietro ha ribattuto parola per parola tutte le argomentazioni di Travaglio, e lo ha fatto in un modo così convinto e convincente, che alla fine lo stesso Travaglio non riusciva a rispondere a getto, ma sembrava balbettare. Il problema è che il telespettatore disinteressato o disincantato della politica, vedendo il piccolo ma efficace battibecco tra i due, avrebbe potuto credere alle parole dello spavaldo Belpietro e non a quelle forse più realistiche di Travaglio.
A questo mi riferisco quando parlo di informazione di sistema: il potere è talmente dentro la stampa, che ormai qualsiasi cosa si possa dire contro chi governa ci sarà sempre il giornalista spavaldo e spaccone pronto a lottare con i denti pur di convincere la gente che l’unica verità è la loro. Il guaio – visti i recenti risultati elettorali – è che spesso ci riescono.
Si parlava inoltre che da quando il cavaliere è entrato in politica, i giornali si sentono sempre più minacciati dalla sua forza. Si son fatti i nomi di alcuni direttori di quotidiani silurati appena Berlusconi ne ha parlato male: De Bortoli del Corriere e Furio Colombo dell’Unità parecchi anni fa, Paolo Mieli sempre del Corriere e Giulio Anselmi della Stampa qualche mese fa. Tutti licenziati, ma qualcuno ripreso come De Bortoli, solo per aver scritto male del premier.
Se il licenziamento di Montanelli – il primo epurato della storia politica del cavaliere – si può anche comprendere visto che il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi e quindi il conflitto tra i due era evidente, non si riesce ancora a capire come abbia fatto a cacciare gli altri quattro direttori, considerando non soltanto che i direttori licenziati non erano suoi dipendenti, ma soprattutto perché erano nel libro paga della concorrenza. Adesso mi chiedo: le parole di Santoro sulla “censura sistematica dell’informazione”, possono creare il panico nella nostra libertà?
Si è fatto anche l’esempio di come siano liberi i giornali anglosassoni. È vero che negli Usa e in GB i giornali sono più liberi, ma attenzione però: sono schierati anche loro. Secondo me, la differenza sostanziale tra la stampa nostrana e quella d’oltreoceano (ma anche quella di diversi paesi non anglofoni) è nell’appartenenza: gli anglosassoni hanno i “giornali di regime“, dove con il termine regime voglio dire che sono favorevoli ad un governo piuttosto che ad un altro (alle presidenziali americane il New York Times si è schierato con il democratico Obama mentre il Wall Street Journal con il repubblicano MacCain); in Italia invece, oltre che di regime sono anche “giornali del regime“, nel senso che il proprietario è esattamente chi governa il Paese. La differenza è una preposizione, ma è una preposizione che fa la differenza. Anzi la crea la differenza.
Non dico che in Italia vige un regime, se così fosse noi non potremmo nemmeno scriverlo, voglio solo ribadire le differenze di opinioni – chiamiamole così – tra giornali di diverso schieramento, specialmente quando sono di opposti schieramenti politici. Questa sottile differenza crea due principali problemi: il primo che l’opinione del giornale – e quindi del giornalista – è sempre di parte; la seconda è che proprio per questa mancanza di neutralità, in molti casi non può essere definibile “libertà di espressione” ciò che leggiamo sui giornali. Se a tutto questo aggiungiamo la possibilità intrinseca, ma ovviamente non dichiarata, che il Capo del Governo ha la possibilità di mettere in disparte il direttore “non amico”, a questo punto si può anche affermare che il nostro Paese è uno Stato di Dovere e non più uno stato di diritto. Noi tutti abbiamo il dovere di credere a ciò che dicono gli organi di stampa, ma non abbiamo più il diritto di chiedere perché certe informazioni ci vengono taciute. Chiaramente quando per caso le scopriamo.
La colpa naturalmente non è di Berlusconi, un uomo solo non potrebbe mai arrivare a tanto, la colpa è del sistema che oggi governa questo paese. Berlusconi ha solo disegnato il progetto, gli altri, tutti, senza distinguo, hanno pensato a come diffonderlo e farlo accettare dai cittadini. Come Matrix.



È stato detto