L’Fbi chiude Megaupload

L’Fbi chiude Megaupload


Associazione a delinquere finalizzata a estorsione, a riciclaggio e violazione del diritto d'autore. Con queste accuse il Federal Bureau of Investigation ha chiuso Megaupload e arrestato Kim Schmitz, aka Kim Dotcom, fondatore del gruppo.

Tempi duri per internet. Dopo la protesta mondiale contro il SOPA e il PIPA, la rete si vede chiudere uno dei siti maggiormente utilizzati dagli internauti per la condivisione di file: Megaupload.

Innanzitutto bisogna dire che tra la protesta di SopaStrike e la chiusura di Megaupload non c'è nessuna similitudine, anzi è esattamente l'opposto: il gruppo Megaupload Limited comprende 18 siti - compreso Megavideo - in cui gli utenti registrati condividono file di tutti i generi anche contravvenendo alla legge sul copyright; la protesta sul web di mercoledì scorso non difendeva la violazione del diritto d'autore, bensì la regolamentazione.

La società ha sede a Hong Kong, ma alcuni server stazionano in territorio americano. E da qui che è partita l'azione dell'Fbi chiudendo prima i server di Megaupload ad Ashburn in Virginia, e successivamente facendo arrestare Kim Dotcom - alias del fondatore del gruppo Kim Schmitz - dalla polizia di Aukland in Nuova Zelanda (Dotcom ha cittadinanza a Hong Kong e in Nuova Zelanda). Assieme a Dotcom sono state arrestate altre tre persone, tutti manager dell'azienda, contro cui il cinque gennaio scorso un Grand Jury della Virginia aveva spiccato un mandato di arresto con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all'estorsione, al riciclaggio e alla violazione del diritto d'autore.

Megaupload è utilizzato da 150 milioni di utenti regolarmente registrati, i quali portano al sito qualcosa come 50 milioni di visitatori unici al giorno, circa il quattro per cento del traffico totale di internet. Il sito offre una versione gratuita ed un'altra a pagamento che include maggiori funzionalità. L'Fbi si è concentrata proprio sulla versione premium accusando il gruppo di violare i diritti d'autore guadagnando, tra banner e utenze, oltre 175 milioni di dollari nei cinque anni di attività dell'azienda. Le accuse affermano che Dotcom e i suoi soci - tra cui Swizz Beatz, Ceo del gruppo senza accuse a suo carico e marito della nota cantante e produttrice Alicia Keys - hanno causato perdite per oltre 500 milioni di dollari alle major dando la possibilità agli utenti di caricare e scaricare illegalmente file protetti da copyright.

La registrazione obbligatoria per inviare e condividere file sul sito, portava, da parte di Megaupload, al naturale riconoscimento dei nominativi e del materiale che caricavano gli utenti. Anzi, è proprio l'esercizio della registrazione obbligatoria a portare gli investigatori a chiudere la struttura: Dotcom e soci hanno sistematicamente mentito alle aziende che richiedevano la cancellazione dei file illegali e dell'utente che li aveva caricati, e per di più, con il proprio programma di affiliazione, Megaupload pagava gli utenti che uploadavano contenuti illegali e le aziende che ospitavano i file.

Con la chiusura di Megaupload, è arrivata anche la contro-risposta su Twitter di Anonymous, che ha reso irraggiungibili per alcune ore i siti di alcune major discografiche, del dipartimento di giustizia americano e dell’Fbi. Gli hashtag #OpMegaupload e #WorldWarWeb hanno spopolato per quasi tutta la giornata di ieri, confermando quello che in molti avevano solamente pensato: la guerra del web è appena iniziata.

«La stragrande maggioranza del traffico generato dal sito è legale. Siamo qui per restare. Non abbiamo nulla di cui preoccuparci. Il nostro business è legittimato e protetto dal DMCA e leggi simili in tutto il mondo. Lavoriamo con i migliori avvocati e seguiamo le regole». Diceva Dotcom a Torrent Freak la scorsa settimana.

Dotcom nell'intervista fa riferimento al DMCA (Digital Millennium Copyright Act), la legge americana a tutela del copyright. Ma mentre Youtube, offrendo gli stessi servizi, rispetta la legge rimuovendo i video e gli autori che ledono il diritto d'autore, Megaupload viceversa è sospettata di fare esattamente l'opposto pagando addirittura gli utenti per violare la legge.

Chiaramente nemmeno Youtube può controllare qualcosa come 50 ore di filmati al minuto caricati dagli utenti, e forse anche per questo che Google è in prima fila per bloccare la SOPA.


Bio autore

Si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona

1 Commenti
  1. rosa
    31 gennaio 2012 at 00:18
    Reply

    vai anonymusssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssss

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